Col passare delle settimane, vuoi per i soliti infortuni e squalifiche, vuoi perché avevo fatto muscoli e fiato, un bel giorno esordii emozionato. La prima esperienza non andò male, anzi con mia stessa sorpresa vidi un anatroccolo affatto timido e gracile ma caparbio e capace di battersi alla stregua degli altri. Allora non me ne rendevo conto, ma ora so che grazie al pallone stavo uscendo dal guscio con una personalità per me sorprendente. Così giocai qualche altra partita e qualchedun’altra ancora, e cominciarono a piovere persino dei complimenti. Ero sbalordito, non tanto per l’abilità nel gioco che poi non era eccelsa, quanto perché mi sentivo ancora ragazzo e ai miei occhi un ragazzo non poteva essere protagonista nel mondo dei grandi.
La squadra adesso girava meglio e la gente seguiva con crescente calore le sue gesta. Gli unici momenti mortificanti mi assalivano quando in trasferta eravamo bersagliati dal pubblico avverso sempre con lo stesso grido: “albanesi!” Non serviva a quella gente neppure aggiungere i consueti epiteti offensivi che si usano lanciare agli stadi, quella sola parola “albanesi!” era già l’insulto. Sentivo che in quegli uomini non c’era soltanto della comune avversione sportiva, ma dell’altro; un sentimento sprezzante e sottile che mi feriva dentro e che al momento non riuscivo a individuare, più tardi che conobbi meglio il mondo mi resi conto che si trattava di razzismo, sfumato razzismo, ma pur razzismo. Come pure però mi rendevo man mano conto che mentre a Ururi nessun tifoso ospite si azzardava a fiatare, i nostri mettevano sfacciatamente il becco anche in casa altrui e magari in malo modo e magari alla bisogna non disdegnavano neppure di allungare le mani. Ora so e riconosco che anche per questo eravamo malvisti. Sì, eravamo figli di una cultura diversa, di una più cruda cultura. E più ci chiamavano albanesi, più gliela facevamo pagare; e più gliela facevamo pagare, più ci chiamavano albanesi. Uno scontro etnico senza punto di soluzione, giacché non era mai dato sapere chi cominciava per primo e chi per primo doveva smettere; come sempre avviene quando si mescolano popoli diversi. Così l’arbereshe era modellato e solo il tempo, il lungo tempo, avrebbe sopito i suoi ruggiti bellicosi. All’epoca però la cosa m’infondeva un gran senso di sicurezza, ovunque sentivo a pelle d’esser protetto dalla mia gente, a torto o a ragione.
Intanto col passare delle settimane cominciai a essere considerato in paese sempre più come vero calciatore e partecipavo pure alle discussioni sportive al bar assieme ai grandi. Così di partita in partita recuperavamo punti sulle formazioni d’alta classifica e alla fine del campionato giungemmo nientemeno che al primo posto! Primi a pari punti con l’Olympia Agnonese. Non ci potevo credere: la mia “prima volta” accadeva con un successo insperato! Ora però bisognava giocarci lo spareggio, c’era da scalare l’ultimo gradino e poi magari alzare il trofeo in cielo: i dirigenti lo volevano, i giocatori lo volevano, il paese intero lo voleva. Eravamo gli zingari del circondario e dovevamo proprio fargliela vedere ai quei “porci latini” che ci maltrattavano dall’alto della loro superiore civiltà. La vittoria non avrebbe rappresentato un semplice successo sportivo, ma una piccola grande rivincita sociale.
In paese il calcio era una religione e l’Aurora la sua dea.
L’Olympia era squadra compatta, costruita per vincere, all’andata ci aveva battuto ad Agnone per due a uno e al ritorno a stento eravamo riusciti a recuperare il risultato, segnando il gol del pareggio all’ultimo minuto grazie al forte vento che spirava a nostro favore e che sospinse il pallone fin dentro la porta agnonese. Chissà, forse era stata la stessa dea a dare la soffiata decisiva. Noi invece eravamo quattro marmocchi che giravano attorno a due tre “pilastri”; ma tutti del posto e pieni d’incosciente fiducia.

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Marzo 1968. Aurora Ururi – Olympia Agnonese (3-3)
In piedi da sx: Gino Plescia – Giacinto Occhionero – Giovanni Frate – Giacomo Zarelli – Franco Grimani – Nicola Iaizzi – Michele Granitto – Gino Ciarfeo – Gino Di Santo.
Accosciati da sx: Antonio Campofredano – Marco Ciarfeo – Gino Monachettti – Michele Scorrano – Costantino Occhionero – Giovanni Salvatore.
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Anche se mi sarebbe piaciuto giocarla la finale, non tenevo molte speranze, ma non m’importava più di tanto, avevo avuto già molto dal pallone, più di quello che mai avrei immaginato.
Un pomeriggio arrivò Gennaro al bar Nazionale col fiatone in corpo e con il Comunicato Ufficiale in mano, annunciandoci che lo spareggio si sarebbe disputato “il 16 giugno 1968, ore 16, presso lo stadio Romagnoli di Campobasso”. Esplose di colpo un brusio di voci che si sparse subito per tutto il paese. Nei giorni successivi in giro non si parlava d’altro, e le pacche sulle spalle ora ti piombavano affettuose che sentivi da quelle mani ruvide l’attaccamento della piccola comunità. Subentrò però un problema: il giorno prima della partita in paese si festeggiava S. Antonio. Così per evitare che i calciatori si ritirassero a notte tarda, la dirigenza decise di partire per Campobasso il giorno stesso della festa, in modo da pernottare in un albergo del posto e riposare per bene. Strepitoso! Nessuno di noi sapeva cosa fosse un ritiro, forse non avevamo mai dormito in un albergo. Senza forse.
Un paio di giorni prima della partenza poi successe il finimondo: il guaio fu che Gino diede a tutti i giocatori delle pasticche che dovevano contenere vitamine e zuccheri. Non l’avesse mai fatto! Si sparse subito voce che si trattava di sostanze dopanti e che in partita di sicuro ci saremmo tutti addormentati; e si mise ad esempio un episodio accaduto alla Corsa dei Carri del 1962, quando il veterinario pare avesse fatto ingoiare ai cavalieri dei Giovani una pillola energetica che invece avrebbe fatto l’effetto contrario e che fu imputata come causa del sorpasso fatto dai Giovanotti all’incrocio della vecchia farmacia. Balle, era l’alta tensione e l’ignoranza a portare queste sciocche dicerie.
E in questo clima surreale il pomeriggio del 15 giugno la corriera partì alla conquista del west attorniata da decine di tifosi incravattati che ci incoraggiavano con gli occhi pieni di speranze. D’altra parte era quello un avvenimento straordinario, non c’erano chissà quanti altri diversivi in paese a tener occupati gli uomini nel tempo libero, né tante occasioni per mostrare ai latini quanto forte battesse il cuore arbereshe, bisognava coglierlo quell’attimo, coglierlo in tutta la sua essenza. Attraversammo Larino cantando l’inno “alè alè Ururi” con una bandiera giallo-rossa esposta al vetro posteriore per far storcere le budella ai rivali frentani; poi la corriera sbuffò per Casacalenda e dopo un milione di altre curve arrivammo finalmente all’Eden: un modesto albergo alle porte di Campobasso.
Divisi la camera con Michele, il portiere di riserva; pur senza malizia pensai come i dirigenti avessero abbinato nella stessa stanza due riserve. Quando scendemmo per la cena, mi sentii perso: per capricci fanciulleschi a casa mangiavo pochi tipi di cibo, lì da solo chissà che diavolo mi avrebbero servito. Difatti non ingoiai nulla, anzi rubai dal tavolo dei dirigenti un uovo sodo, giusto per non restare a digiuno completo.
Con Michele passai gran parte della notte a scaraventarci cuscini addosso, giochi da ragazzi. Al mattino, scesi frastornato per la colazione senza farlo intendere a nessuno, pare invece che gli altri giocatori avessero tutti ben riposato. Beati loro!
Mentre bevevo il latte caffé, d’un tratto Gino mi fece segno di seguirlo e c’incamminammo verso un angolo appartato. Pensavo avesse notato i miei occhi stralunati e volesse rinfacciarmi un qualcherimprovero. Invece, mi fissò fin dentro le pupille e mi ordinò secco: “Oggi marchi Delli Quadri!”. Il sangue mi divenne ghiaccio. Non so quanto tempo passò prima di balbettare: “E chi è Delli Quadri”? Gino mi rispose con voce tecnica: “È l’ala sinistra dell’Agnone, tu giochi a terzino destro e non fargli vedere una palla… nemmeno una!” Dopodiché mi diede un buffetto d’incoraggiamento sulla guancia e rientrò nel gruppo senza attendere risposta. Rimasi di pietra! Il piccolo anatroccolo aveva conquistato il posto in squadra nella gara più importante dell’anno: la finalissima!
Dopo un’oretta di chiacchiere a vuoto e frenetiche telefonate che giungevano da Ururi per sollevarci gli animi e annunciare l’arrivo allo stadio delle nostre poderose truppe di terra, ci recammo in una vicina chiesetta a sentire la messa e poi a far benedire le nuove magliette che l’unione sportiva aveva comprato per l’occasione; maglie che erano di colore bianco con una banda giallo-rossa trasversale sul davanti. Il prete prima cianfrugliò un mucchio d’incomprensibili parole (all’epoca la messa si celebrava in lingua latina), poi prese dal cesto una maglia e vi spruzzò l’acqua santa. Mi accorsi subito che era la maglia numero due… quella che avrei indossato io in partita! Qual privilegio! Come poi il sacerdote pronunziò il finale “ite missa est” tutti i fedeli presenti esplosero un forte battito di mani augurale che ci rallegrò. Adesso l’Olympia era spacciata!
Per colpa degli stracci di pomodoro galleggianti nella minestra, il pranzo fu un altro digiuno catastrofico. Avevo dunque da affrontare la magica finale con una notte insonne sulle spalle e un solo stucchevole uovo nello stomaco. Brutto affare.
Intanto, momento dopo momento, fremito dopo fremito, giunse finalmente l’ora, adesso la sfida stava lì… che la potevi prendere in mano. Come entrammo negli spogliatoi mi presero cento emozioni diverse e non un solo pensiero. La tensione per l’attesa, la voglia di vincere, il timore di non farcela, la confusione interiore, la carica in corpo, mescolate insieme… tenevano la mente all’oscuro dell’esistente. Indossammo con una strana lentezza la divisa, poi d’un lampo ci trovammo nel sottopassaggio, qui lanciammo brevi e soffocate grida d’incitamento, infine c’incamminammo alla luce. Mai potrò dimenticare nella vita quell’incantevole assolato pomeriggio di giugno. Mentre ci dirigevamo in fila verso il centro del campo accanto agli avversari, si sentiva dagli spalti un rombo inarrestabile di voci e fischi e tamburi e botti e sibili e applausi, ma non ebbi il coraggio di voltarmi.
16/6/1968. L’ingresso in campo delle squadre.
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Mi vennero in mente le giornate interminabili al carcere romano… e ora invece… felice protagonista nelle luci della ribalta… per tenere alto l’onore del mio paese! Mi sembrava tutto un sogno. Quando poi ci allineammo a metà campo per i saluti al pubblico, non potetti fare a meno di alzare gli occhi e osservare la spaventevole realtà: un tumulto di dannati che lanciavano i loro incitamenti contrapposti. E la mia gente stava tutta lì, tutt’intorno alla sua dea. No, non era un sogno! I terribili arbereshe si erano riversati in massa allo stadio come dovessero difendere la stirpe, chi con le due o tre corriere delle autolinee Zarelli, chi con i pochi mezzi personali esistenti in paese, chi con la littorina Termoli-Campobasso.
Nel primo tempo gli avversari tennero l’iniziativa del gioco, ma senza penetrare nella nostra difesa, come pure fiacchi erano i nostri contrattacchi. Forse anche per colpa dell’alta tensione nessuna delle due formazioni riusciva a prevalere sull’altra. D’altra parte la posta in palio era alta, c’era in ballo un anno intero di sacrifici, non si poteva commettere neppure il più lieve errore, sarebbe stato fatale. Tra uno scatto e un contrasto di tanto in tanto mi venivano dei rutti d’uovo, quell’unico maledetto uovo che avevo ingoiato nelle ultime ventiquattr’ore si faceva terribilmente sentire, ma nella palpitazione del momento la carica non allentava, non poteva essere un uovo scellerato a placarmi l’impeto. E poi, sbirciando nella bolgia infernale delle gradinate, intravedevo talvolta dei movimenti bruschi che dovevano essere accenni di tumulti, come pensare di tirarsi indietro, anche l’anima bisognava consumare per la maglia! Ad un tratto mi accorsi che da dietro la recinzione della fascia destra dove io operavo, uno sconosciuto anziano signore mi incoraggiava e si complimentava di continuo in albanese e talvolta persino si accompagnava in corsa all’azione comevolesse venirmi in appoggio. In seguito seppi che si trattava di Michele Fiorilli, un nostro paesano che all’epoca viveva a Campobasso e che a Ururi era considerato, non solo il miglior calciatore locale di tutti i tempi, ma l’inventore del ruolo di “libero”in Italia.

Infatti, nei suoi ultimi campionati, un po’ per un grande senso di posizione in campo e un po’ per la non più giovane età, si era messo istintivamente a tamponare dietro la propria difesa diversi anni prima che quel ruolo fosse poi praticato in serie A. Per la verità dalle cronache sportive nazionali pare che questo tipo di compito difensivo fu in precedenza praticato una sola volta, in occasione dell’ultima partita di campionato di serie A tra il Torino e i VV. FF. La Spezia (1944). Nell’occasione l’allenatore Barbieri del La Spezia affidò a un suo giocatore il ruolo di libero vincendo sorprendentemente partita (2-1) e scudetto. Fu però, quello, un episodio isolato e mai più ripetuto fino alla sua consacrazione, negli anni sessanta, come stabile sistema tattico difensivo. Invece Michele Fiorilli a Ururi giocò nel ruolo di libero per diversi campionati.

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1953. Un documento eccezionale: il capitano dell’Aurora, Michele Fiorilli (a destra nella foto), colto a difendere un attacco avversario dietro la propria difesa. Sta inconsapevolmente svolgendo il ruolo di libero praticato diversi anni dopo in ogni squadra di calcio. Caratteristico è anche l’assiepamento dei tifosi arbereshe a bordo campo, sembra sentirsi il loro morboso incitamento. |
La ripresa continuò sterile, era chiaro ormai che di quel passo nessuno dei due contendenti avrebbe mai domato l’altro. Delli Quadri, il mio uomo, per la verità ogni tanto lo vedeva il pallone, ma di quelli di poco conto, di quelli che non fanno male. A metà del secondo tempo invece successe l’imprevedibile, il lampo fatidico che doveva generare la fine del mondo.
Ad Antonio, il nostro centravanti, gli venne tra i piedi un pallone innocuo a una trentina di metri dalla porta agnonese e in una posizione dalla quale non poteva scaturire alcuna azione pericolosa. Sennonché il torello si gira di colpo verso la porta avversaria e sfodera un terribile “centoventi” (così chiamavamo il suo tiro potente riguardo alla velocità della palla) che manda incredibilmente il pallone dentro la rete dell’Olympia.
Non ricordo cosa successe in campo, sicuramente mille furibondi abbracci, ma mi è rimasta impressa agli occhi un’onda umana che si scaraventava impetuosa da una parte all’altra delle gradinate come a volersi infrangere nei cuori dei suoi ragazzi albanesi.
Il resto della partita fu paglia.
L’Aurora, la dea Aurora, si era posata sulla cima dell’Olimpo!

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16/6/1968. La tifoseria giallo-rossa esulta al fischio finale dell’arbitro. |
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