La corsa dei carri

La Corsa dei Carri trainati da buoi oggi si svolge a Chieuti (22 aprile), S. Martino in Pensilis (30 aprile), Ururi (3 maggio), Portocannone (lunedì successivo alla Pentecoste);....
Le Laude o Carresi
Le laude di Larino e San Martino, comunemente chiamate Carresi, sono componimenti poetici di natura religiosa che i cantori dei Carri partecipanti alla gara intonano davanti alle porte chiuse delle rispettive chiese la sera precedente alla Corsa (oggi a Larino la sera precedente alla processione).

La corsa di Ururi
A Ururi la Corsa dei Carri si svolge ogni anno il tre maggio, giorno del S.S. Legno della Croce, patrono del paese. I buoi vengono “lasciati” all’ombra del Pino in località Bosco Pontoni e dopo un percorso di 3,4 chilometri raggiungono la chiesa di S. Maria delle Grazie .
La "Carrese"
1928 La Porta

La Corsa dei Carri trainati da buoi oggi si svolge a Chieuti (22 aprile), S. Martino in Pensilis (30 aprile), Ururi (3 maggio), Portocannone (lunedì successivo alla Pentecoste); tutte in onore dei rispettivi patroni: San Giorgio, San Leo, Legno della Croce, Madonna di Costantinopoli. In giro per il mondo esistono altre ma rare manifestazioni ove è d’uso cimentarsi con dei buoi in corsa al tiro di un carro, però nessuna è complessa e particolare come queste del basso Molise (Chieuti, in tema di Carrese, è da considerarsi molisana giacché apparteneva alla diocesi di Larino). Tanto da escluderne ogni legame e poter dire con vanto e con orgoglio che le nostre sono uniche al mondo! Poi magari possono piacere o non piacere, ma questo è un altro paio di maniche.

Chi abbia avuto la prima idea e per quale ragione non è dato sapere, finora non sono emerse documentazioni o testimonianze dirette o significativi elementi probatori a riguardo, né, con ogni probabilità, se ne troveranno mai. Pertanto, tutti gli studi in materia dovranno ammantarsi di congetture. Le più antiche testimonianze dirette finora pervenuteci sulla Corsa dei Carri risalgono alla prima metà del settecento e le forniscono l’abate Pollidori e monsignor Tria. Notizie precedenti a tale data sono pressoché inesistenti o contengono informazioni vaghe su cui ognuno può ricamare quanto vuole, ma che non aprono serie piste d’indagine.
Tralascerei poi le soluzioni di coloro che si poggiano su quelle narrazioni leggendarie che sempre hanno affascinato l’uomo e che sempre l’hanno allontanato dalla verità. Versioni che gli studiosi locali, per l’evidente inverosimiglianza, in genere sono costretti a classificare come leggende, ma che poi nei loro lavori pongono in così forte evidenza da indurre l’opinione pubblica a considerarle vere. Se oggi si chiedesse al comune cittadino molisano quale sia l’origine della Corsa, la grandissima parte parlerebbe di cavalli prostrati davanti alla tomba del santo di turno o di buoi capaci di portarsi da soli in una qualche chiesa o fantasticherie simili. Ora, cavalli che s’inginocchiano per ispirazione divina io non li ho mai incontrati, né credo che mai li incontrerò, piuttosto si saranno qualche volta dovuti inginocchiare per la fatica cui vengono sottoposti dagli umani; e neppure ho conosciuto buoi capaci di raggiungere chiese senza guida e senza navigatore satellitare, come tante (troppe) voci vanno cantando.
Allo stesso modo tralascerei i lavori di coloro che si arrampicano sulle nuvole pur di portare le conclusioni nella sfera dei propri desideri; desideri che in genere si associano a quelli del luogo d’appartenenza.

Questi ultimi appartengono alla nutrita truppa degli “storici tifosi”, di quegli storici che s’involano senza freni all’indietro nel tempo per dare maggior spessore storico al loro “fatto” e che trovano sempre qualche eroe casereccio da mettere in vetrina e che sempre aggiustano le cose a proprio comodo pur di assegnare meriti al proprio pezzo di terra.
Evidenzio a malincuore che sulla Corsa dei Carri non è stato mai fatto uno studio serio e approfondito, ma ci si è perlopiù adagiati su quello straordinario fenomeno mentale capace di sbrigare brillantemente ogni questione: la fantasia. E a costo di apparire immodesto rilevo inoltre che questo lavoro forse è il primo tentativo di una certa ampiezza fondato esclusivamente sull’analisi di dati oggettivi (non ne conosco altri); rilievo che non è posto per sciocca vanteria personale, ma per rimarcare l’essenzialità di tale sistema metodologico in tema di ricerca storica.

1934. I Carri allo sfilatoio (il tratto rettilineo e pianeggiante in terra battuta che per circa 700 metri va dal posto di partenza all’imbocco con la strada Provinciale).

E dunque, poiché campanilismo vuole che ognuna delle quattro località tiri l’acqua al proprio mulino per accaparrarsi la paternità dell’evento, anticipo subito che questo studio porta a tutt’altra sorprendente conclusione. Tenetevi stretti, ma a mio giudizio la Corsa dei Carri non è nata in nessuno dei quattro paesi summenzionati. Proprio così. Spiacente per i delusi, ma la Corsa dei Carri è sorta nientemeno che a… Larino!Odo già i mugugni dei miei paesani e dei cittadini di S. Martino o di Portocannone o di Chieuti, vedo le loro smorfie d’incredulità, palpo la loro irritazione, ma così è… se vi pare.

Bando alle chiacchiere e vediamo perché.

Così scrive il Tria nelle sue “Memorie” del 1744 (libro I, cap. XI, n. 67, pag. 164): “I giuochi che, si pratticano in questi nostri tempi in Larino, e sua Diocesi nell’occasione di qualche festa, come di nascita, o di vittoria di Principi, di carnevale, o di qualche Santo, sono: quello della lotta, la corsa de’ cavalli, o de’ buoi con carri, della papara, o di persone dentro il sacco, oppure del ballo in corda, che dagl’antichi chiamavano Funabbuli. Il corso de’ buoi con Carri si prattica in Larino nella Vigilia della Festa di S. Pardo, Vescovo, Protettore, e Patrone principale della città, e sua Diocesi in memoria del trasporto del suo Santo Corpo, che fu fatto da’ Larinati, trafugandolo da Lucera in Larino, dove al presente con gran devozione, e concorso di popoli si venera, conforme di ciò diffusamente si parla nella Vita, e Antichi Monumenti di questo nostro Glorioso Santo, dati alle Stampe dal Chiaro Gio: Battista Polidori. Come pure si prattica la detta corsa de’ buoi con carri in S. Martino, Terra della medesima Diocesi nella Vigilia della Festa del nostro Glorioso S. Leo, Confessore, in memoria anche della solenne traslazione del di lui S. Corpo, fatta dalla Chiesa del suo Monastero di S. Felice, nella Parrocchiale, sotto il titolo di S. Maria…”.

E parlando della città di Larino, il Tria menziona una seconda volta la Corsa dei Carri (libro IV, cap. II, n. 48, pag. 772): “… in esso tempo vi è la fiera, che comincia li 18. e finisce li 28. Maggio… . Similmente in memoria della Traslazione di S. Pardo que’ Cittadini con pia emulazione nel giorno della sua vigilia fanno la corsa di buoi con carri in figura del suo trasporto in essa Città, e il primo che giunge, ne conseguisce il premio, che suole somministrarsi a spese pubbliche”.

Una notizia dunque è sicura ed è sicura come i colori dell’arcobaleno perché il testimone (Tria), salvo che non scriva in stato di ubriachezza e non v’è motivo alcuno di dubitare della sua sobrietà, racconta un fatto che avviene al suo tempo, questo: la Corsa dei carri nel 1740 (ultimo anno di permanenza del Tria a Larino) si svolge a Larino e a S. Martino. Punto. Più chiaro di così si muore. Non dice di svolgersi a Chieuti, non a Portocannone, non a Ururi. Né si può sostenere che il Tria non conoscesse bene queste comunità perché all’epoca appartenevano tutte alla sua diocesi e su cui nelle sue “Memorie” egli si sofferma a lungo per tanti altri aspetti storici anche meno interessanti. Come neppure è pensabile che il vescovo abbia avuto un qualche interesse a celare la notizia; anzi, essendo egli anche barone di Ururi, semmai li avrebbe evidenziati gli usi e costumi del suo feudo. E poiché queste tre località a differenza di Larino e S. Martino sono tutte di origine arbereshe, si può già scartare l’ipotesi maldestramente azzardata dagli arrampicatori di nuvole, secondo cui la Corsa dei Carri avrebbe origini albanesi. Sicuramente i tre centri hanno in seguito emulato le gesta dei vicini sammartinesi e, si vedrà, in tempi molto più recenti a noi di quel che comunemente si pensi. Inoltre, per eliminare ogni minimo dubbio sulla veridicità della testimonianza del Tria, neppure si può sostenere a fini campanilistici che la Corsa di Larino fosse di tipo diverso dalla Corsa di S. Martino e quindi dall’attuale, perché il Tria usa parole inconfutabili: …come pure si prattica detta corsa de’ buoi con carri in S. Martino. Come avesse detto: …si pratica l’identica Corsa a S. Martino. E persino la motivazione data è comune ai due paesi: …in memoria della solenne traslazione del di lui S. Corpo.

Esaminando ancora gli scritti del vescovo, si può anche notare come, dopo aver elencato i diversi giochi che si praticavano a Larino al suo tempo, egli si soffermi a spiegarne le origini (traslazione) soltanto sulla Corsa dei Carri e menzionando anche la Corsa di S. Martino che non aveva titolo ad essere inserita in quel paragrafo riguardante appunto la sola città di Larino. Inoltre egli indica un altro particolare riferito alla sola Corsa: il giorno preciso della gara (vigilia di S. Pardo). Da ciò si deduce che agli occhi suoi e dei suoi contemporanei la Corsa non doveva essere un semplice diletto alla stregua di tutti gli altri giochi menzionati e su cui non specifica alcun dettaglio, ma qualcosa di più profondo. La riprova della rilevanza sociale che la Corsa rivestiva al suo tempo la troviamo poi nella sua seconda affermazione: “il primo che giunge, riceve un premio (non indicato) che suolesomministrarsi a spese pubbliche”. È chiaro dunque che a Larino ai tempi del Tria la Corsa dei Carri doveva essere così coinvolgente da non acquisirsi soltanto il diritto e il privilegio di portare il santo in processione che comunque restava il premio più ambito e che il Tria non indica perché evidentemente lo ritiene acclarato (altrimenti verrebbe a mancare la preminente natura religiosa della manifestazione), ma vincersi anche un premio materiale e sostanzioso, tanto sostanzioso da venir posto a carico dell’amministrazione pubblica. Mentre però il vescovo parla delle presunte motivazioni che avrebbero dato origine alla Corsa (traslazione), tace sulla data d’inizio della stessa. Evidentemente la ignora e forse non ne ha neppure un’idea approssimativa, altrimenti ne avrebbe fatto almeno un accenno ipotetico; per cui l’inizio della Corsa non è a lui recente. Bene, anche questo ci porta al tempo lontano delle traslazioni.

Perché poi a Larino la Corsa sia di colpo cessata ed abbia assunto l’attuale forma di processione di carri adornati che i denigratori e gli invidiosi oggi chiamano spiritosamente “la festa del cacato” per ovvie argomentazioni fisiologiche, si può spiegare soltanto con qualche gravissimo incidente di gara o col sorgere di conflitti tra le grosse masserie che all’epoca allestivano i carri e che con la loro partecipazione ritagliavano la fetta di potere economico e sociale loro spettante; conflitti evidentemente così duri e prolungati da aver forse messo a repentaglio la stessa pacifica convivenza locale. In verità a Larino non vi fu una vera e propria trasformazione del ciclo cerimoniale, ma solo di una sua parte. Infatti, tradizione vuole che il rito si consumi in più fasi distinte: il canto delle Laude o Carresi alla vigilia della Corsa; la Benedizione e lo svolgimento della gara alla vigilia della ricorrenza; la funzione religiosa con la processione accompagnata dai carri addobbati nel giorno della festa. È ciò che tuttora avviene a S. Martino e in parte anche a Larino, solo che a Larino la Corsa è stata sostituita dalla passeggiata religiosa con cui i Carri, perso l’agone e il supremo premio (trasportare S. Pardo), rendono omaggio al santo con la propria intrinseca bellezza: più il carro suscita ammirazione più il santo ne apprezzerà l’impegno, le capacità e la devozione.

Manca invece nelle Corse “albanesi” la recita delle Laude (inesistenti), altro segno di un affrettato e incompleto copiato.

Non esaustiva ma intelligente e valida, è l’idea lanciata dallo Stelluti nella sua già citata opera secondo cui la Corsa di Larino potrebbe essere stata soppressa a metà del XIX secolo in seguito alla morte di un ventenne avvenuta nel 1842 “calpestato da un cavallo nella Corsa, fatta nella festività di San Pardo”, notizia presa nel registro dei morti della Parrocchia di S. Pardo a Larino. Non del tutto convincente perché l’annotazione non specifica il tipo di gara: potrebbe essersi trattato di una corsa di cavalli, giacché la Corsa dei Carri non si svolgeva il giorno di S. Pardo, ma alla sua vigilia. C’è anche dire però che la terminologia usata dal parroco registrante (…nella festività di S. Pardo) può estendersi anche al giorno in cui si svolgeva la Corsa che comunque faceva parte integrante delle festività di S. Pardo.Ma, soprattutto, non è del tutto convincente perché un lutto, seppur prematuro e dunque pianto da tutta la popolazione, difficilmente avrebbe cancellato d’un sol colpo una così straordinaria tradizione radicata nei secoli e creata espressamente in onore del santo protettore. Allo stesso tempo è una risposta valida, intanto perché questa dolorosa vicenda credo sia al momento l’unico vero indizio rinvenuto dagli storici, e poi perché, data la pericolosità intrinseca della gara, potrebbero essersi verificati altri incidenti negli anni precedenti che avrebbero potuto già ingenerare nella popolazione larinese un qualche sentimento di avversione verso la gara. In tal caso l’episodio menzionato avrebbe rappresentato la classica goccia che fa traboccare il vaso. Inoltre, a supporto di tale ipotesi, aggiungerei una personale osservazione che considero di straordinario rilievo: l’anno in esame (1842) ricade esattamente nel millesimo anniversario della traslazione di S. Pardo (842)! Ricorrenza sicuramente attesa dal popolo larinese con straordinaria trepidazione, chissà quante celebrazioni e quali ricchi preparativi si saranno organizzati per quel grandioso evento poi sfumato in lutto. È, questa, una diabolica ma pura coincidenza o una circostanza di peso nella clamorosa decisione di abolire la Corsa? Chissà… forse i larinesi dopo aver vissuto altri precedenti incidenti, avranno cominciato a perdere l’amore per una gara tanto pericolosa e quell’ultima mortale disgrazia accaduta proprio nel giorno più atteso della loro vita sarà stata letta come un messaggio del santo protettore ad abbandonare la temibile competizione e trasformarla in una più tranquilla processione.

1973. Foto storica: ultima Corsa con due coppie di buoi al tiro del carro. Giovani, Giovanotti e Aurora si contendono la Bandiera all’incrocio della farmacia con ben dodici buoi raggruppati in pochi metri. La spunterà il Carro dei Giovani.

 

Non esistono, altresì, prove concrete che attestino perché, quando e dove la Corsa abbia visto la prima luce, per cui tutto è lasciato alla ricerca e alla libera interpretazione di ognuno.

Sul perché, la versione riferita dal Tria, relativa alle traslazioni delle ossa di S. Pardo e di S. Leo avvenute per mezzo di carri trainati da buoi, è seria e attendibile; anche se rimane un suo sentito dire passato per molte orecchie e per molti secoli, e nulla esclude che sia errata. Magari l’idea di far gareggiare dei buoi è venuta semplicemente a qualche illuminato gruppo di giovani mandriani in cerca di nuove ebbrezze. Fossero dei cammelli a cimentarsi, ci sarebbe da stupirsi e si andrebbe alla ricerca di una causa specifica o magari a un qualche collegamento alla terra d’Africa, ma i buoi, pur non essendo animali dediti naturalmente alla corsa, sono stati comunque sempre presenti nel nostro territorio e nulla di più facile che davvero qualche spirito estroverso abbia ideato la gara per il semplice gusto di competere in maniera stravagante. Il bue, poi, è stato nei secoli tra i più validi collaboratori dell’uomo oggi chiamato molisano: ha trasportato robe, ha dissodato terre, ha fornito alimenti. Ora forse gli si chiedeva un ultimo sacrificio in un campo del tutto nuovo: lo svago.

Lo studioso sammartinese Domenico Doganieri, ha invece formulato l’ipotesi che la Corsa dei Carri sia un’emulazione del pellegrinaggio, ossia una sua variante. Tale seria versione si basa essenzialmente sulla pratica diffusa di questi particolari viaggi in periodo medioevale nel nostro territorio e sul richiamo ai pellegrinaggi di primavera nei luoghi santi della cristianità inseriti nelle Laude o Carresi che si recitano a Larino e a S. Martino la sera prima della Corsa: mo’ che a terre addore de viole, me ne voglie i’ addo’ spunne u Sole (Larino) – me voglie fa’ ‘na vèsta pellegrine e vuoglie i’ addo’ sponte lu sole (S. Martino). Sicuramente si tratta di rilievi di una certa valenza probatoria e giustamente devono essere tenute in considerazione; tanto più, io aggiungo, che tutte le Corse tuttora in svolgimento, comprese quelle “albanesi” di più recente costituzione e sicuramente copiate dall’originale, cominciano pressappoco a oriente, ovvero da dove sponte lu sole, rispetto alle chiese in cui è posto l’arrivo. Non si conosce con certezza il tragitto che i buoi percorrevano a Larino, però Napoleone Stelluti nella sua opera “Carri e carrieri di San Pardo” ne sospetta la direzione verso Ururi, quindi a oriente di Larino, in virtù di una vecchia strada denominata, un tempo, la “Carriera”.

Secondo il Doganieri, dunque, la Corsa potrebbe aver preso spunto da tentativi di sorpassi fatti per gioco da qualche carro durante i pellegrinaggi. “Giochi” che all’inizio avrebbero innestato una larvata competizione tra i carri e che poi, avendo preso piede, furono trasformati in vere e proprie gare abbinate alla festa patronale e vissute come prova o voto per la salvazione dell’anima, al pari della funzione del pellegrinaggio. Nonostante la soluzione abbia una sua plausibilità, a mio avviso, però appare alquanto debole. Prima di tutto perché il suo richiamo nei versi delle Carresi è piuttosto isolato rispetto all’interezza del testo, peraltro confuso e d’incerta provenienza, tant’è che i suoi sostenitori per giustificarne la consistenza devono eseguire mirabolanti esercivi interpretativi che è la maniera classica di chi non ha carne al fuoco, né sufficienti nessi logici di causalità. In secondo luogo perché il pellegrinaggio non contiene per nulla l’essenza di una gara, anzi direi che ne è l’opposto. Il pellegrinaggio avrà pure una sua meta futura da raggiungere al pari della Corsa, ma si concede nella beatitudine, nel canto, nell’armonia, nella luce, nella conversazione, nella pace, nell’ammirazione della natura. La Corsa dei Carri invece non ha tempo, né pensiero; indica soltanto fretta e ansia. Due atteggiamenti infallibilmente incompatibili. E poi, incitare alla corsa dei buoi al tiro di un carro pieno di pellegrini, vecchi e bambini compresi, non è atto responsabile, né consono alla mitezza e alla compostezza del fedele. I buoi in corsa, infatti, sono governabili soltanto con un efficiente apparato organizzativo composto di mezzi, uomini e cavalli ben addestrati, e ciò nonostante i pericoli restano forti; dunque sembra impossibile che si sia improvvisato e mantenuto un tal pericoloso gioco e si sia messa più volte a repentaglio la vita dei passeggeri per puro diletto. Inoltre il pellegrinaggio non è una vacanza, ma un atto di fede che si vive nella preghiera, non nel divertimento. Pertanto sarebbe stato disdicevole tradire lo spirito religioso che quei viaggi rappresentavano specialmente all’epoca dei fatti quando verso i santi c’era, oltre che devozione, anche grande timore per eventuali ritorsioni divine in caso di propri comportamenti irrispettosi.

Un’ultima osservazione: i carri dei pellegrini erano trainati perlopiù da cavalli e nel caso in cui venivano usati i buoi, il tiro naturale era composto di una sola coppia. Invece la Corsa così come ci è pervenuta si svolgeva con quattro buoi per carro, era costituita da più “cambi” da eseguire in gara, un capo catena a cavallo indicava il percorso ai buoi cui era collegato per mezzo di una fune legata al giogo del carro (da pochissimi anni il capo catena è stato eliminato perché nelle velocissime Corse odierne risulta inutile; anzi, giacché il cavallo di catena a fatica tiene la velocità dei buoi, è d’intralcio) e il carro era attorniato da un numero illimitato di cavalieri. Quattro caratteristiche che nulla hanno a che vedere con i viaggi dei pellegrini e che proprio per la loro estrema “particolarità”, trovano giustificazione soltanto collegandoli a qualche causa specifica da ricercare altrove e che, si vedrà, bene si può individuare nell’evento della traslazione di S. Pardo.

Pertanto l’ipotesi di una relazione tra la Corsa dei Carri e le traslazioni resta, a mio parere, la pista da preferire. Anche perché in genere le espressioni popolari riferite alle feste non nascono quasi mai per caso, ma sono sempre collegate agli affari religiosi, e queste gare si svolgono soltanto alla ricorrenza annuale del santo protettore, sono precedute dal canto di componimenti religiosi e da sante benedizioni, iniziano e finiscono davanti alle chiese. Senza dire che dopo la competizione, i Carri partecipano alla processione religiosa e che un tempo carrieri, cavalieri e appiedati dicevano delle preghiere un attimo prima del segnale di via. Com’è evidente si tratta di un modulo comportamentale inserito indissolubilmente in ambiente religioso e, almeno in origine, privo di forte spiritoagonistico.

Inoltre appare sintomatica anche la forma comunicativa con la quale il Tria concede la sua spiegazione (traslazione): egli parla in modo esplicito e sicuro senza usare condizionali o formule dubitative, come se al suo tempo la cosa fosse acclarata e non ci fosse bisogno di convincere nessuno con l’apporto di elementi di prova, cosa che invece ogni storico diligente è normalmente obbligato a fare. Certo che nel caso specifico non sarà il convincimento di un solo uomo, seppur importante vescovo, a fornire risposte storiche assolute, però è il segno che quella versione all’epoca doveva essere voce corrente e pacifica, e per essere tale doveva essere stata tramandata come fatto incontestato.

Concessa l’esistenza di un legame tra la Corsa dei Carri e le traslazioni, rimane dunque da capire cosa abbia potuto ingenerare nei primi protagonisti di quell’evento la bizzarra idea di far gareggiare dei buoi in corsa. Due sono, a mio parere, gli eventi causali più verosimili. Il primo è che durante la traslazione del corpo del santo i carrieri abbiano incitato i buoi alla corsa o per sfuggire ad un inseguimento o per la gioia di stare per giungere a destinazione nell’ultimo tratto del percorso. Forse l’essere riusciti grazie alla corsa dei buoi a sfuggire ad un attacco di malintenzionati e salvare le spoglie del santo o l’aver festeggiato nell’ultimo tratto di strada il successo della missione lanciando per qualche metro i buoi in corsa, sarà stato letto dai fedeli come un atto di volontà divina che meritava d’essere rinnovato ogni anno in segno di gratitudine verso il santo.

Va rilevato però che questa risposta è fondata solo su costruzione intuitiva, ma è priva di concreti elementi di supporto.

La seconda ipotesi, invece, si presenta molto più solida.

Una volta assurto il santo a protettore del paese in seguito alla traslazione, sarà sorta nella comunità l’esigenza di predisporre in suo onore adeguati festeggiamenti. Così per esaltare l’originale arrivo delle sue spoglie (carro trainato da buoi), i fedeli avranno pensato di ripetere il particolarissimo evento portando il santo in processione per le vie del paese proprio su un carro addobbato e trainato da buoi in occasione della sua ricorrenza, come ancora oggi avviene. Sarà sorta però la necessità di stabilire a chi spettasse lo straordinario privilegio e per quanto si trattasse di questioni religiose, le discussioni sui criteri di scelta saranno scorse a fiumi, tanto era ambito quel premio sociale. Poteva essere attuata la regola del sorteggio o magari uno svolgimento di turni o l’allestimento di un carro istituzionale o altri giusti criteri, si decise invece di legare il privilegio al merito. E il merito si sentenziò ancora una volta nell’ambito del carro e del bue: L’onore di portare il santo in processione spetta a quel Carro trainato da buoi che giunge per primo dinanzi alla chiesa in seguito ad una regolare competizione. In tal modo era lo stesso santo a “misurare” ogni volta il grado di devozione dei pretendenti sulla base delle capacità di conduzione del carro; era così egli stesso a scegliere il gruppo familiare in quel momento più “degno”. Questa seconda ipotesi è ugualmente frutto di deduzioni, ma è sorretta anche da alcuni elementi di concretezza.

In primo luogo è da rilevare che la Corsa si svolge alla vigilia della ricorrenza, una scelta insensata senza un’appropriata giustificazione. Infatti, se la Corsa fosse stata concepita soltanto come momento di diletto o come puro atto di onorificenza verso il santo, si sarebbe predisposta il giorno stesso della sua ricorrenza, ovvero il giorno naturale in cui sempre si organizzano gli eventi ai festeggiati. Tanto è vero che il tributo al santo non è conferito con l’espletamento della Corsa, ma con la processione dei fedeli e dei Carri addobbati che si svolge il giorno della sua ricorrenza. La Corsa dunque non è una manifestazione autonoma, ma un atto preliminare che “serve” la festa, che fornisce un contributo alla festa. E quale può essere nel concreto il servizio che la Corsa rende alla festa? Uno solo: il nome del Carro (ovvero del gruppo familiare cui appartiene) che trasporterà il santo in processione.

Secondo poi, all’epoca delle traslazioni non di rado si elargivano ricompense materiali, politiche e sociali in virtù di doti di destrezza fisica, di affiatamento con gli animali e di sprezzo del pericolo. Insieme di qualità che costituivano la “dignità” sociale dell’individuo. Prova ne sono gli innumerevoli tornei cavallereschi e duelli vari che la storia medioevale ci ha consegnato: chissà quanti cavalieri avranno fatto fortuna in tenzone con spada e cavallo! E nella Corsa dei Carri sono presenti tutte le qualità caratterizzanti i tornei cavallereschi medioevali: abilità, intelligenza, audacia, pazienza, astuzia, forza e coraggio. Orbene, il tema della dignità quale requisito necessario per rappresentare la comunità o il potere ufficiale e in questo caso specifico per portare ‘a palm’a mmane (la palma della vittoria in mano) perché nzeme degne purtà la palm’ e la ndurata nzegne (non siamo degni di portare la palma e l’insegna dorata), compare negli stessi antichi versi delle laude o carresi dove il gran compito viene affidato al Salvatore (Larino) o Madre Maria (S. Martino). Ecco perché, si ripete, grazie alla Corsa, era lo stesso S. Pardo o S. Leo a indicare ogni volta chi fosse il Carro più “degno”.

Inoltre, sembra indicativa un’analogia con la manifestazione di Larino. I carri che tutt’oggi sfilano in occasione della festa di S. Pardo sono allestiti dalle varie famiglie del posto allargate a gruppi di parenti e amici. Ed esiste un regolamento interno che disciplina la posizione di ciascun carro nell’ambito della sacra processione in conformità a precisi requisiti: anzianità di partecipazione e presenza ininterrotta alla manifestazione. Formandosi così una vera e propria graduatoria di aventi diritto, sostanzialmente immutabile, stante l’assenza di abbandoni e dunque di “perdite di posto” specie per quanto riguarda i carri più antichi. Lo stesso S. Pardo è trasportato da molti anni per diritto acquisito da un carro privato appartenente alla famiglia Puchetti.

Tutto questo per sostenere che il diritto di portare S. Pardo in processione è fortemente ambito da tutte le famiglie di Larino e che, anche se in maniera non più competitiva, tale diritto è assegnato ancora oggi secondo criteri di merito, criteri che a mio modo di vedere discendono dal medioevale concetto di “dignità” sopraccitato. Ma è soprattutto rilevante la circostanza che il busto di S. Pardo sia trasportato da un carro privato in concorrenza con altri carri privati, tal quale evidentemente di ciò che accadeva al tempo della Corsa. Infatti, se non fosse sorta la necessità di scegliere il gruppo familiare più “degno”, quasi sicuramente si sarebbe usato un carro allestito direttamente dalla chiesa o dall’amministrazione pubblica o dalla nobiltà del tempo, com’è frequente nei casi di pubbliche manifestazioni.

Una testimonianza diretta del concetto di “dignità” si evince peraltro dagli ultimi due versi che chiudono la lauda di Larino: E sando Pardo vuole il suo onore / tocca, carriero mio, ‘ssu carre d’amore. Il primo verso dice chiaramente che il santo esige dalla popolazione i suoi onori, il secondo invece detta ai protagonisti della Corsa come questi onori debbano essere tributati: “toccando il carro” (il verbo toccare nel gergo della Corsa significa pungolare: l’atto principe di stimolazione dei buoi alla corsa). Dunque, passa l’idea che il vincitore sarà colui che “toccherà” il Carro meglio degli altri, cioè che esprimerà le migliori capacità di conduzione. Così facendo, il Carro mostra la maggiore devozione e diventa in quel momento il “degno”. Ed anche nei versi n. 29 e 30 della lauda di S. Martino traspare un simile concetto: A ndò ce v’a scarcà lu vèrde làure? / A Ssante Piètre la Cchièse de Rome! Il primo verso (dove si va a scaricare il verde lauro?) trova la soluzione interpretativa sostituendo alla parola “lauro” il termine “vittoria”. È noto, infatti, come la pianta di lauro o alloro sia sempre stata il simbolo della vittoria; dunque il verso è da leggere: dove si colloca la vittoria della Corsa? Cioè: quale il suo più profondo significato? Il secondo verso (in S. Pietro, la chiesa di Roma!) contiene la risposta: la vittoria rappresenta un traguardo spirituale inteso come tributo all’intera cristianità che s’identifica con la chiesa di Roma e nel caso specifico è un tributo a S. Leo.

Infine un’ultima considerazione sul numero dei Carri partecipanti alla manifestazione. Oggi a S. Martino, Ururi e Portocannone i Carri in competizione sono sostanzialmente due: Giovani e Giovanotti, entrambi bianco-celesti e giallo-rossi. Segno di un evidente appiattimento di tipo sportivo. Talora ne nasce un terzo di breve durata, ma più per contrasti e scissioni interne ai due partiti ormai considerati storici che per necessità sociali o religiose. A Chieuti di solito i Carri sono tre o quattro. Un numero così limitato di partecipanti parrebbe andare contro la tesi qui sostenuta che pretende siano molti i gruppi ad ambire al trasporto del santo in processione. Tuttavia l’apparente contraddizione si spiega facilmente con le mutazioni sociali avvenute nel corso del XX secolo. In primo luogo in questi ultimi decenni la componente religiosa è andata sempre più scemando a favore della competizione, e poi la disponibilità dei buoi e dei cavalli nel territorio si è sensibilmente ridotta. E poiché la Corsa, s’è detto, assomiglia sempre più a una gara sportiva da affrontare con tecniche adeguate, c’è bisogno oggi di una complessa e costosa struttura organizzativa che non è più sopportabile dai singoli gruppi familiari. Ecco perché i cittadini si sono ormai divisi in due sole compagini, costituitesi peraltro in tempi relativamente recenti. In origine invece i contendenti dovevano essere molto più numerosi, forse tanti quante le masserie fornite di stalle. Tanto è vero che a Larino, dove è venuto a mancare l’elemento agonistico e dunque la pesante componente organizzativa, sfilano decine e decine di Carri. D’altra parte una testimonianza sul numero elevato di partecipanti nel recente passato si ha anche nella Corsa di S. Martino. Il Mancini nel suo citato lavoro “La primavera il carro e il bue” così scrive: Dal 1851 al 1864 gareggiarono contemporaneamente addirittura 10 carri, pensate allo spettacolo straordinario che doveva avere la corsa in quel periodo: non meno di 80 buoi gareggiavano nello stesso tempo su un percorso lunghissimo, come sappiamo.

In conclusione le molteplici e, credo, esaustive considerazioni fatte impongono una sola versione: la Corsa dei Carri fu inserita in un ciclo di cerimonie religiose allo scopo di stabilire ogni anno quale fosse il gruppo familiare più “degno” a trasportare il santo patrono in processione.

1948. I Carri alla Porta. Da notare il fumo dei petardi che il “bottaro” (un addetto posto sul carro esclusivamente per questo compito) sta facendo esplodere per aumentare col fragore la velocità dei buoi. Operazione in disuso dalla fine degli anni cinquanta.

 

Anche sul quando e sul dove non è facile sbrigarsela, ma se si accetta la tesi della traslazione, ben si può sostenere che la prima Corsa dovrebbe essersi svolta contestualmente all’elevazione del santo a protettore del paese o non molto tempo dopo. E poiché la traslazione del corpo di S. Pardo avvenuta da Lucera a Larino (IX secolo) è antecedente a quella di S. Leo avvenuta dal monastero di S. Felice a S. Martino (XII secolo), logica vuole che la manifestazione sia nata nel luogo dove si ebbe il primo trasporto: Larino. Inoltre, è da ritenersi impossibile che le due Corse siano nate entrambe in modo autonomo a cagione delle rispettive traslazioni, sarebbe stata una coincidenza diabolica! Guarda caso, due paesi vicini s’inventano la stessa singolare gara mai pensata prima da nessuno al mondo. Non tiene. E poi le stesse eguali fasi della manifestazione dimostrano chiaramente un’unica matrice. Ad esempio, le recite delle laude entrambe cantate davanti alle rispettive chiese la sera prima della Corsa e addirittura somiglianti in molte parti non possono assolutamente essere figlie d’idee separate, troppa ed evidente è la parentela. Può mai essere un caso fortuito esprimere concetti comuni (si vedrà) come l’inno alla primavera o la solidità strutturale della chiesa o la presenza del santo protettore dentro le sue mura o il nominare i santi dei paesi vicini o il richiamo al pellegrinaggio in terra santa o il requisito della dignità nel portare la palma della vittoria e via dicendo? Certo che no. Basti pensare che entrambi i componimenti si chiudono con due versi pressoché identici la cui differenza dipende solo dalla necessità della rima: e sando Pardo vuole il suo onore, - tocca, carriero mio, ‘ssu carre d’amore (Larino); tocca, carrier’ e ttocche’ssu temone, - tocca lu carre de Sande Lione! (S. Martino). E può essere pura combinazione lo svolgimento di entrambe le gare, non il giorno della ricorrenza del santo, ma alla sua vigilia o antivigilia? O il trasportare il busto del santo in processione per mezzo di un carro pieno di ghirlande e ornamenti vari? Risposte superflue. Sono senz’altro tutti elementi comuni che indicano un’unica fonte in cui “l’altro” si è in seguito abbeverato.

A questo punto sorge spontanea la domanda su chi abbia avuto l’idea vincente e chi invece abbia copiato. A mio modo di vedere è molto più probabile che sia stato S. Martino ad emulare i vicini frentani.

Infatti, oltre alla pesantissima circostanza che la traslazione del corpo di S. Pardo precede nettamente quella di S. Leo, bisogna convenire che Larino è sempre stato il centro principale del circondario e sede di diocesi; pertanto difficilmente i più ricchi, più potenti e più orgogliosi larinesi si sarebbero “abbassati” a ricopiare una tradizione altrui, una tradizione per giunta appartenente a un paesino facente parte della propria diocesi. E poi… riprendere una tradizione creata per gli stessi motivi a loro prima sfuggiti! Se così fosse andata, l’altera Larino prima non avrebbe avuto l’idea della Corsa in occasione del trasporto di S. Pardo (idea che in seguito avrebbe avuto S. Martino per la traslazione di S. Leo) e dopo l’avrebbe recuperata dai sammartinesi con tanto di umiliazione. No, non è credibile, sarebbe stato troppo disdicevole. E poi un detto popolare recita che è sempre il parente povero a ossequiare quello ricco della famiglia. Inoltre, persino il numero dei versi delle due laude è sintomatico della supremazia frentana: il testo di Larino è composto di trentaquattro distici, mentre quello di S. Martino di soli diciassette. Non solo la lauda di S. Martino è più breve, ma giusto della metà. Sembra proprio una concessione dei “padroni” della manifestazione.

Infine un’ultima annotazione. A prescindere da quale delle due località abbia copiato l’altra, è ragionevole supporre che la maniera originale di svolgimento della Corsa si sia riprodotta tal quale nel corso degli anni in entrambi i paesi. Orbene, da notizie tramandate oralmente, ancora nel recente passato la Corsa di S. Martino era molto più lunga, si svolgeva con più cambi, a correre erano due coppie di buoi per ogni carro e i cavalieri vi partecipavano in numero illimitato (M. Mancini: opera citata); dunque la stessa maniera di svolgimento della Corsa doveva essersi attuata anche a Larino fino alla sua soppressione. Pare perciò adesso opportuno analizzare queste originarie e strane caratteristiche della manifestazione: -percorsi lunghi, -sostituzione dei buoi in corso di gara, -due coppie di buoi per carro (la stessa Corsa di Ururi, pur senza cambi e piuttosto corta, si è svolta con quattro buoi fino al 1973 e portata a due buoi, come altrove nello stesso periodo, solo per problemi economici e di mantenimento degli animali), -numero illimitato di cavalieri partecipanti. Orbene, ci si deve chiedere per quale ragione fossero stati scelti questi cervellotici modi di svolgere la gara che non solo non appartenevano alla normale pratica agreste di conduzione di un carro, ma che comportavano un forte accrescimento dei pericoli. Se i buoi erano e sono considerati animali inadatti alla corsa, nonché difficili da governare, come mai si decise di farli gareggiare in percorsi così lunghi da doversi operare pericolosi cambi in corsa? Non sarebbe stata più sicura una gara breve e senza cambi? E poi perché mettere quattro buoi al tiro, aumentando difficoltà di controllo degli animali e di guida del carro, quando una sola coppia sarebbe stata la scelta ideale e più sicura? E perché far partecipare tanti uomini a cavallo senza compiti concreti? Una sola risposta giustifica cotanta “follia”: nella testa di quegli uomini la Corsa doveva ricalcare fedelmente l’arrivo del santo in paese, ovvero la modalità della traslazione.

E poiché queste “folli” caratteristiche (ecco il punto decisivo!) assomigliano più a un lungo viaggio organizzato allo scopo di garantire l’arrivo alla meta che a una gara di pura velocità, è molto probabile che esse riflettano la traslazione del corpo di S. Pardo trafugato dai larinesi a Lucera. In occasione di quel furto, infatti, la necessità impellente ed essenziale fu di raggiungere nel più breve tempo possibile e nella massima sicurezza la chiesa di Larino, non quella di tagliare il filo di un traguardo sportivo.

E se questo si concede, a questo punto è la Corsa a diventare documento storico, leggere la Corsa significa conoscere la traslazione. Le spoglie di S. Pardo dunque furono trasportate su un carro trainato da quattro buoi (forse perché averne in sovrabbondanza consentiva di non fermarsi in caso d’incidenti o malori degli animali) che erano guidati sul davanti da un capo catena per mezzo di una fune e stimolati dai carrieri e dai cavalieri laterali con i pungoli per tenere un passo sostenuto. Altri cavalieri sospingevano il carro da dietro per alleggerirne il peso ai buoi, mentre il grosso della truppa armata proteggeva il gruppo tutto intorno da eventuali attacchi lucerini. Inoltre, per meglio affrontare il lungo viaggio, furono posizionati altri buoi freschi di tratto in tratto del percorso allo scopo di sostituire in fretta quelli affaticati e non rallentare così la fuga.

Parrà strano, ma la nostra magnifica Corsa dei Carri discende da un antico piano militare studiato in ogni dettaglio.

 

1997. Giovani, Giovanotti e Giovanotti giallorossi si danno battaglia al Corso Provinciale con casco e divise introdotte obbligatoriamente l’anno precedente.

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