Nel 1861, dunque, a Ururi si svolgeva indubitabilmente sia la festa dell’Invenzione della Croce (l’odierno Legno della Croce del 3 maggio), sia la festa della Trinità. Delle sei feste menzionate, però, soltanto la Trinità era fatta a spese pubbliche (Corpo municipale), evidentemente si trattava della festa maggiore, quindi della patrona di Ururi. A conferma della suddetta forte prova documentale, il Masciotta, parlando di Ururi, così scrive nella sua già citata opera di primo novecento: “il patrono comunale è la SS. Trinità: la cui festa, resa di precetto dal pontefice Giovanni XXII nel 1333, ricorre annualmente cinquantasette giorni dopo la Pasqua”. Ora, per conoscere con una certa esattezza l’anno in cui lo storico molisano annota questo dato, ci si può rifare all’elenco dei sindaci di Ururi che compare nel suo stesso lavoro. Qui egli scrive che l’ultimo sindaco è Vincenzo Tanassi ed è in carica dal 1909, senza che però sia indicata la fine del suo mandato: evidentemente il Tanassi stava amministrando durante la stesura della sua opera. Torna dunque agevole adesso affermare che il Masciotta acquisì le notizie su Ururi quantomeno dopo il 1909, di conseguenza è sostanzialmente certo che la patrona di Ururi fino a tale data fosse ancora la S.S. Trinità. Purtroppo al momento non sono emersi documenti attestanti la data esatta in cui lo scettro sia poi passato in mano al Legno della Croce (sicuramente pochissimi anni dopo). Ad abundantiam, aggiungo che mia nonna Giudilli Giulietta (1900) riferiva in casa che ai tempi della sua infanzia la festa patronale, era la Trinità.
E in quegli anni a noi così recenti la Corsa sicuramente già si svolgeva, altrimenti del suo inizio ne avrebbero avuto un chiaro e diretto ricordo i nostri più prossimi anziani.
D’altra parte la Corsa di Ururi non si può nemmeno collocare tanto indietro nel tempo, come allegramente taluni “tifosi” locali sostengono al fine di dar maggior spessore storico alla propria tradizione. A parte l’invalicabile barriera del 1740 messa dal Tria, si dispone di una precisa testimonianza scritta che taglia inequivocabilmente il periodo a tempi molto più recenti. Un ingegnere toscano, un certo Vittorio Romanelli, incaricato dal governo nazionale a rilevare la situazione agraria del circondario di Larino, allargandosi anche alle condizioni sociali dei luoghi d’indagine, così si esprime nelle sue “Memorie sull’organismo agrario del circondario di Larino” del 1879: “Vi sono delle feste, ove si impiegano i bovi per la corsa: a S. Martino vi è questa barbara usanza ed ogni anno si fanno correre questi pacifici animali attaccati ad un carro per un tratto di sei o sette chilometri con immenso danno di medesimi e con grande perdita di tempo, poiché circa un mese avanti la festa che ricorre al due di maggio si cominciano ad addestrare alla corsa questi poveri animali.
A Larino pure ai 26 di Maggio si fa pure una festa chiassosa con i buoi, ma questi s’impiegano solo al tiro dei carri addobbati con gran pompa relativa sempre alla classe dei proprietari e di cafoni che pure vi prendon parte”.
A prescindere dai giudizi sulla barbara usanza e sulla perdita di tempo che non meritano commenti, il Romanelli, come prima aveva fatto il Tria, menziona la Corsa di S. Martino e non quella di Chieuti, Portocannone e Ururi. Su Larino, invece, a differenza del Tria, parla di buoi impiegati al tiro di carri addobbati (come oggi avviene) e non più della Corsa. Stando dunque alla lettera della sua affermazione e non sembra vi siano ragioni per dubitarne la veridicità, ancora nel 1879 la Corsa non si svolgeva in nessuno dei tre citati paesi albanesi. Ora, si può benevolmente concedere al Romanelli il mancato aggiornamento delle sue conoscenze sugli usi e costumi di Chieuti, Portocannone e Ururi (improbabile per un meticoloso raccoglitore di notizie come egli è, ma possibile) e dubitare sulla data esatta del 1879, ma non si può pensare che se svolte da molti anni prima, non gli fosse giunta all’orecchio l’esistenza di ben tre altre Corse, visto peraltro che il simpatico toscanaccio nella sua relazione si ostina a condannarle impietosamente e scuse va cercando per evidenziare che la gente del posto era costituita di incapaci e fannulloni. Ricalcare l’esistenza di ben tre altre Corse e quindi di altre perdite di tempo avrebbe avvalorato ancor più il suo assunto sulle inclinazioni poco laboriose della popolazione locale.
La conclusione è facile e conseguente: a Ururi la Corsa dei Carri fino al 1879 (o fino a qualche anno prima) non ancora si svolgeva. Di sicuro però dovrebbe aver avuto inizio subito dopo tale data, altrimenti, si ripete, ne avremmo ricevuto il ricordo diretto e diffuso dalla generazione nata a fine ottocento e che fino a qualche anno or sono era ancora in vita. Tanto è vero che mio nonno Giovanni (1895-1984) che negli anni immediatamente successivi al 1909 (quando il Legno della Croce divenne patrono del paese) era già un giovincello, mi ha sempre raccontato di aver partecipato alla Corsa come cateniere e mi ha parlato di un suo straordinario cavallo baio e di tanti altri particolari, ma mai ha fatto cenno dell’inizio della Corsa.
E forse l’anno esatto della prima Corsa svoltasi a Ururi lo svela, non volendolo, anzi contestandolo, Ugo Giammiro nel suo lavoro “Cenni storici su Ururi”: “È assolutamente da respingere che la corsa risalga al 1883, data suggeritami da qualche concittadino fondata, per altro, solo su supposizioni, con riferimento alla partecipazione, in età giovanile di qualche persona molto anziana, alle attività organizzative della corsa. Mio padre Emilio, del resto era nato nel 1873 e se la corsa avesse avuto inizio nel 1883, cioè quando egli aveva dieci anni di età si sarebbe ricordato dell’inizio di un avvenimento così coinvolgente e noi figli avremmo avuto modo ed occasione di esserne informati, tanto più se l’inizio della corsa coincise con la data della donazione della reliquia che in famiglia si ricordava con motivo d’orgoglio”.
E invece, vista la robusta barriera temporale del 1879 fissata dal Romanelli e poichè forse la nostra Corsa all’epoca non era poi quel sensazionale avvenimento (come oggi si considera) meritevole di essere tramandato diffusamente da padre in figlio, la data d’inizio della Corsa di Ururi dovrebbe essere proprio il 3 maggio 1883.
Inoltre vi sono altre varie testimonianze che fanno risalire la prima Corsa a quegli anni, notizie riportate oralmente in seno ad alcune famiglie del posto che forse da sole non avrebbero avuto sufficiente peso probatorio, ma che, sorrette dallo scritto del Romanelli, chiudono bene il cerchio della ricerca. E infine, ad ulteriore conferma della verosimiglianza di tale anno (1883) o di tale periodo, registro anche un riscontro indiretto riferitomi da mia madre Ines Palmiotta che nel capitolo relativo alla donazione del Legno della Croce risulterà formidabile ed attendibile testimone. La Palmiotta, da racconti sentiti in ambito familiare, afferma che il suo bisnonno Giudilli Pierluigi (1848) aveva il compito di afferrare la catena del suo Carro lanciatagli dal cateniere all’imbocco di via Commerciale e di “trascinare” a piedi il Carro al traguardo posto davanti alla chiesa di S. Maria. A una prima lettura il particolare tramandato sembra irrilevante, però, considerato che il Pierluigi nel 1883 aveva 35 anni e che negli anni immediatamente successivi viaggiava sui quaranta, ci si rende conto che all’epoca quella era l’età ideale per svolgere quel tipo di mansione: non tanto giovane da partecipare alla Corsa a cavallo, non tanto anziano da vederla con le mani in mano. Viste le sue personali doti di forza e abilità tramandatesi in famiglia, se la Corsa fosse iniziata prima, cioè quando egli era giovane, di sicuro vi avrebbe partecipato in prima persona e in casa si sarebbero esaltate gesta inerenti ad azioni a cavallo.
È possibile dunque che in quegli anni siano iniziate anche le Corse di Chieuti e Portocannone. Infatti, questi tre centri dalle comuni radici albanesi e dunque uniti da un reciproco senso di solidarietà, nulla di più facile che si siano accordati tra loro nel riprendere la manifestazione in atto a S. Martino. Questa semplice supposizione, peraltro priva di verifica, è sostenuta da un’altra straordinaria notizia fornitami ancora da mia madre. La Palmiotta sostiene che la Corsa dei Carri si svolse per un paio d’anni anche in un altro paese albanese del Molise: Montecilfone. Il particolare le fu riferito da tale “zio Nicolino” di Montecilfone di cui non ricorda il cognome, nato forse agli inizi del novecento. Il superteste zio Nicolino le raccontò di aver sentito in gioventù da un anziano suo parente della Corsa dei Carri a Montecilfone, ma di non averla mai vissuta direttamente, né di conoscere i motivi della sua immediata soppressione. Egli, a detta della Palmiotta, si pronunziò con queste precise parole: “la Corsa dei buoi a Montecilfone è durata un paio d’anni e poi fu subito cambiata in corsa di cavalli”. La testimonianza, qui riportata parola per parola per essere eventualmente ripresa e approfondita dagli studiosi del posto, coincide perfettamente col dato temporale già acquisito: inizio delle Corse “albanesi” intorno al 1883. Infatti, se il nostro zio Nicolino nacque nei primi del novecento, un suo nonno o coetanei presumibilmente nati a metà ottocento, essendo nel 1883 i giovani del paese e quindi i protagonisti della prima Corsa, bene hanno potuto riferire l’avvenimento ai loro nipoti. Tal quale di come l’ha involontariamente accertato Ugo Giammiro a Ururi.
È altresì possibile, infine, che la Corsa sia iniziata e subito smessa anche a Campomarino, l’ultimo paese albanese del circondario, in virtù di un “sentito dire” che negli anni passati circolava tra gli anziani del posto e soprattutto in virtù di un indizio concreto: una strada ivi intitolata alla Carrese (a proposito, non sarebbe male intitolare il Corso Provinciale di Ururi “Via Corsa dei Carri”). Dunque l’ipotesi che le Corse “albanesi” siano state concordate da tutti i fratelli arbereshe e introdotte allo stesso tempo appare abbastanza solida.
Ai futuri raccoglitori di notizie l’arduo compito.

1965. Il Carro dei Giovani realizza una nuova strada che nasce un centinaio di metri dopo il punto di partenza e subito raggiunge la Provinciale. I Giovanotti (a destra nella prima foto) all’imbocco delle due strade, anziché continuare per lo sfilatotio, si portano improvvisamente sulla strada realizzata dai Giovani nella speranza che vengano da essi seguiti. Il tranello però non riesce: i Giovani, infatti, riescono a proseguire per lo sfilatoio. In lontananza si nota il “pino” ove è posta la partenza e la doppia fila di cipressi che conduce alla casa colonica della famiglia Colonna.Al ricongiungimento delle due strade i Giovani (a sinistra nella foto) affiancano i Giovanotti, ma pochi secondi dopo questa istantanea cade un cavallo davanti al loro carro (dalla torsione della testa si nota già il suo stato d’insofferenza) e sono costretti a fermarsi. La “Bandiera” andrà al Carro dei Giovanotti.
Conclusioni:
- la reliquia è donata dai Giammiro alla chiesa di Ururi a metà ottocento (si vedrà) e con ogni probabilità il 3 maggio diviene contestualmente giorno di festa perché già da diversi anni il pezzo di Legno era presente e venerato in casa Giammiro, ma senza assurgere immediatamente a patrono del paese. Si fa presente, inoltre, che la festa non può essere collocata molto indietro nel tempo o addirittura a ridosso delle migrazioni albanesi in Italia anche perché nella parlata corrente locale è pronunziata nel tipico dialetto dei paesi latini circostanti “Legn d’a croc” e non come sarebbe dovuta essere tramandata in lingua albanese “Druri kriqes”.
- nel 1883 ha inizio la Corsa dei Carri che però non si svolge il giorno del patrono (la Trinità) come regola vorrebbe, ma il giorno del Legno della Croce evidentemente perché nei fatti era già la festa più amata;
- nei primi anni del novecento, forse per un avvenimento straordinario (la credenza dell’allontanamento di una grandinata grazie all’esposizione della reliquia?), forse per un momento di confusione sociale (la guerra del 1915-18?), il Legno della Croce diventa patrono di Ururi e la Trinità sparisce addirittura dalla lista delle festività locali: misteriosamente e ingloriosamente.

Anno sconosciuto. Si distinguono le bancarelle in via Tanassi (all’epoca via Roma) di cui nessuno oggi ricorda la presenza il tre maggio e nientemeno che un’elegante Balilla parcheggiata davanti alla farmacia!