La fotograifa
È incredibile quanto parli un’immagine fotografica! A prima vista ti appare un insieme che assapori come unica nozione,...

La Porta

Dukemi ka Porta (ci vediamo alla Porta); Jam ka Porta (mi trovo alla Porta); Kjeti ka Porta (è successo alla Porta). Porta di qua e Porta di là. Per tutti gli ururesi, quella, è la “Porta”. ....
Contesto urbano, politico e sociale Intanto lo straordinario colpo d’occhio e la bellezza dell’insieme: l’armonia estetica che traspare tra lo splendido fondo stradale in pietra pesante .....
I carri di una volta
Dice che un tempo, la gente partecipasse con spirito diverso alla Corsa, più come adesione a un rito religioso che a una gara da vincere a tutti i costi ...
La fotografia
1928 La Porta

Dice che un tempo, la gente partecipasse con spirito diverso alla Corsa, più come adesione a un rito religioso che a una gara da vincere a tutti i costi. Dice. Dice che i cavalieri, i carrieri e la popolazione indossassero tutti il vestito più bello dal primo mattino e che presto conducessero i buoi dinanzi alla chiesa per la santa benedizione per poi scendere giù ai piedi del Pino e dar corso alla gara. Neanche lo scoccare del mezzogiorno e tutto era concluso, festeggiamenti compresi. Dice che alla Corsa prendesse parte chiunque possedesse un cavallo o un mulo, in pratica tutti i giovani maschi del paese; e non tanto per eseguire compiti specifici di gara, quanto per il piacere-dovere d’esserci. Dopodiché un gran bel piatto di “dhroqe” (tipo di pasta fatta in casa di provenienza arbereshe, simile alle orecchiette) al sugo di carne mai visto nelle giornate di fatica e tutti felici e contenti ad accompagnare il S.S. Legno della Croce nella processione pomeridiana con i Carri già ricchi di ghirlande. Cerimonie sobrie e sbrigative che esprimevano sentimenti di fede popolare e consentivano di spicciarsi in un sol giorno, modalità che ho sentito anch’io direttamente da mio nonno Giovanni (1895) e che, però, mi sembravano esagerate. È vero che fino al 1996 era ancora d’abitudine consumare il gran pranzo della festa dopo la Corsa, nonostante la gara fosse scivolata oltre le ore 14.00, ma sostenere che tutto si svolgesse al mattino mi pareva inverosimile, visti i preparativi, le lungaggini e le tensioni che i Carri oggi si concedono. Come mi tornava inconcepibile che i cavalieri partecipassero alla Corsa vestiti a festa senza badare alla puzza degli animali e al sudore che avrebbero impregnato il loro abito migliore, l’unico. Mi sembrava norma elementare d’igiene il doversi lavare e vestire dopo la competizione per stare così puliti tutta la giornata festiva.
Bene, si tengano presenti queste informazioni tramandate oralmente e si legga la fotografia di questa Corsa neppure tanto lontana (1928).

Primo: tutti i cavalieri indossano la giacca (si presume del vestito) e la camicia bianca, soltanto un carriero ha osato infrangere la regola salendo sul carro col solo gilè… vergogna!

Secondo: i cavalli intorno al carro sono una quarantina (salvo altri non inquadrati), e se si considera che altrettanti ce ne dovrebbero essere intorno all’altro Carro che nella foto non è inquadrato, si può stimare la presenza di circa un centinaio di cavalieri e quasi tutti senza alcun compito utile, praticamente un rappresentante per famiglia.

Terzo: calcolando la direzione dell’ombra dei due vecchietti col cappello (già menzionati) che si trovano col viso rivolto verso nord, è possibile stabilire con buona approssimazione l’orario dell’istantanea. Lo scorso maggio ho condotto un esperimento: mi sono posto sul medesimo punto in cui si trovavano i due anziani spettatori ed ho aspettato, foto alla mano, che la mia ombra si sovrapponesse virtualmente sull’ombra dei due predetti anziani.
Mi è stato facile concludere che al momento dello scatto potevano essere al massimo le ore undici. E per trovarsi i Carri al traguardo già a quell’ora, vuol dire che l’appuntamento dinanzi alla chiesa per la Benedizione della Corsa doveva essere fissato intorno alle ore nove (una mezz’oretta per la cerimonia, un’ora e più per raggiungere il posto di partenza, una quindicina di minuti per la gara).

Quarto: è impressionante la compostezza dei cavalieri, tutti badano a stare serrati intorno al Carro senza fare alcun gesto di esultanza o un movimento di minaccia o un’espressione di rammarico; così ordinati e compunti sembra stiano davvero accompagnandosi ad una processione religiosa. Eppure mancano pochi metri al traguardo! Così pure gli spettatori: tranne il ragazzo con i pantaloni alla zuava che corre un po’ sbilenco e mostra una certa apprensione e un paio di adulti al centro della piazza che sembrano appena appena concitati, tutti gli altri (pochi) seguono fermi e indifferenti il passo stanco dei buoi senza esternare alcuna emozione, non un braccio di vittoria al cielo o un accenno di delusione o un salto di gioia. C’è persino un tipo davanti alla macelleria con le mani in tasca del tutto distante dall’esito della gara. Per non parlare di quel tizio allo spigolo della macelleria che ha appena comprato un paio di scarpe e tiene ancora in mano la scatola bianca: più che pensare alla Corsa forse non vede l’ora di tornare a casa a mostrargliele alla moglie.

Pensando al furore agonistico della Corsa d’oggi… non si può credere!

Tutto dunque coincide straordinariamente con i racconti dei vecchi. Ma come spiegare cotanto bendiddio? Si spiega con la realtà di un altro mondo, un mondo lontano in cui l’uomo viveva perlopiù nell’angustia quotidiana e nell’ignoranza, dove il suo principale punto di riferimento, se non unico, era la fede. Ed era nella fede che egli attendeva il riscatto in ogni aspetto della vita, e lo attendeva con dignitosa e paziente compostezza. L’abito della festa era necessario perché la Corsa era dentro la festa e non era rispettoso verso il santo che in benedizione o all’arrivo ci si presentasse vestiti con gli abiti sgualciti di tutti i giorni. E tutti i fedeli idonei a montare su un cavallo avevano l’obbligo morale di partecipare alla Corsa come si ha l’obbligo morale di andare a messa o di accompagnare il santo in processione. Quanto alle puzze… minuzie; non ci si faceva caso, perché assuefatti: con gli animali, gli odori e i sudori si conviveva intimamente tutto il santo giorno. E pure durante la gara bisognava tenere il comportamento del caso, come si tiene in processione, perché il vero traguardo non era la linea posta a terra, ma quello di tributare gli onori al santo.

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