A ciò si aggiunga poi la robusta circostanza delle benedizioni domenicali fatte in processione alla sola abitazione dei coniugi Giammiro–Agostinelli di cui ancora oggi gli anziani hanno ricordo diretto e che se fossero state concesse solo per una questione di prestigio familiare si sarebbero dovute svolgere anche nell’adiacente palazzo di proprietà dei coniugi Giammiro–Giudilli. In verità la chiesa, non essendo adusa a concedere simili privilegi a chicchessia quantunque persona importante, mai avrebbe messo al servizio di una singola casa privata una serie di processioni e benedizioni da svolgersi a tempo indeterminato senza una “pesante” contropartita.
L’eccezione fatta al Giacinto Giammiro evidentemente si può spiegare soltanto con un evento di particolare rilevanza quale può essere per l’appunto la donazione di una reliquia voluta fortemente dall’intera comunità.
D’altra parte il mancato ritrovamento della “carta scritta” tra il Giammiro e la chiesa di Ururi non ha alcun peso probatorio sfavorevole in quanto, salvo i registri dei battesimi, matrimoni e morti, nella parrocchia non esiste altro documento. Né può pesare l’ignoranza dell’intervistata sulla morte prematura della Agostinelli in occasione del suo tragico parto, unica sua vera dimenticanza. Peccato però che non si sia rintracciato un collegamento diretto tra Luigia Agostinelli e il parente alto prelato che le avrebbe regalato il pezzo di Legno. Un ecclesiastico importante non sarebbe stato difficile identificarlo nell’ambito di un’istituzione come la chiesa così attenta alla tutela della sua storia mediante atti scritti. Forse l’alto prelato non doveva essere così “alto”. Probabilmente in un paese piccolo come Ururi dove all’epoca regnava l’analfabetismo e l’ignoranza, era gioco facile che la popolazione ingigantisse la vicenda. Forse per lo straordinario valore simbolico che assunse l’oggetto, il tam tam delle voci avrà trasformato un semplice e introvabile prete o monaco in alto prelato. Inoltre, dal punto di vista temporale, si innesta bene in questa versione storica anche il documento del 1829 pubblicato da don Nicolino Fratangelo nella sua già menzionata opera, attestante l’esistenza di una cappella presso la chiesa di S. Maria intitolata al Legno della Croce. Infatti, in quel momento erano trascorsi dieci anni dalla morte della signora Agostinelli (1819) ed evidentemente il Legno aveva già fatto breccia nei cuori della popolazione ururese, tanto da meritare l’intestazione di una cappella. Al contrario, nessuna testimonianza asserente la presenza del Legno in Ururi o altrove nella diocesi di Larino è mai venuta alla luce in epoca precedente alla storia Agostinelli-Giammiro.
Quando fu poi donata la reliquia alla chiesa di Ururi non si può dire con certezza, però anche in questo caso ci assiste un’informazione riferita dalla Palmiotta e la solita benedetta logica. L’informazione è che “… la reliquia rimase molti anni in casa Giammiro…”. Già questo dato fa intendere che la donazione è alquanto posteriore all’anno di morte della Agostinelli. Evidentemente il marito Giacinto, ereditiere del Legno, in un primo tempo lo volle tenere per sé e solo dopo diversi anni cedette alle insistenze del fratello prete don Giovanni e della sorella Gaetana, e, aggiungerei io, di tutta la popolazione. Considerando che nel 1861 era già esistente la festa dell’Invenzione della Croce e di conseguenza anche la donazione del Legno (non poteva essersi creata una festa religiosa senza che prima la chiesa avesse ricevuto in dono la reliquia), si può chiaramente stabilire che il periodo entro il quale avvenne la donazione va dal 1820 al 1860. Si sa inoltre che il fratello di Giacinto Giammiro, don Giovanni, è stato parroco di Ururi fino al 1854 (a), per cui la donazione dovrebbe essere precedente a tale data. Se poi si concede al Giacinto Giammiro il possesso personale della reliquia per una ventina d’anni, in virtù dei “molti anni” dichiarati dalla Palmiotta, il periodo si restringe ancor più: 1840 - 1854.
Bene, il gioco è fatto!
Giacinto dona la reliquia alla chiesa di Ururi esattamente nell’anno del Signore 1845. Quell’anno, infatti, si combinano diverse favorevoli condizioni: il fratello don Giovanni è il parroco del paese, la sorella Gaetana è la moglie del nipote del barone Emilio Giudilli, il fratello Carlo è prestigioso notaio ed ex sindaco (1836-1839) e soprattutto il tanto corteggiato Giacinto Giammiro viene eletto primo cittadino di Ururi! (b)
(a) N. Fratangelo: op. cit. pag. 133.
(b) G. Fiorilli: Ururi si trova in Italia, pag. 149)
Niente di più facile, dunque, che quando il nostro eroe si convinse finalmente a donare il prezioso Legno alla chiesa, il popolo volle celebrare l’avvenimento con la sua nomina a sindaco.Che la sua elezione sia stata più onorifica che politica si evince anche dalla circostanza che la carica durò un solo anno (1845-1846) e che il suo nome mai più comparirà nella lista dei sindaci.
Come sempre, si ripete, sono congetture. Si voglia però convenire che scaturiscono da ragionamenti corretti.
E non credo sia lontana la verità.