A Ururi tornai nel giugno del sessantasette, appena chiuse le scuole: tenevo i miei bei sedici anni; che se ci penso adesso… mi viene in faccia una spruzzata gelida di nostalgia. |
|
|
|
|
| |
I Primi calci
Che cosa abbia rappresentato e rappresenti il calcio a Ururi s’è già detto. Lo stesso straordinario scrittore di origini ururesi, Luigi Incoronato, ne esaltò magnificamente la valenza sociale ... |
|
|
|
| |
Qui di seguito trovi tutti i riferimenti dei campionati di calcio disputati dallAurora Ururi |
|
|
|
|
|
|
|
|
Il Calcio |
 |
Che cosa abbia rappresentato e rappresenti il calcio a Ururi s’è già detto. Lo stesso straordinario scrittore di origini ururesi, Luigi Incoronato, ne esaltò magnificamente la valenza sociale in un articolo apparso il cinque marzo del 1956 nel settimanale il Campione che qui si riporta in sintesi e che oggi rappresenta al contempo una lezione di storia, di letteratura e di sociologia: Ururi è un paese agricolo di circa cinquemila abitanti… l’acquedotto vi è arrivato soltanto nel 1953, e il cinema da pochi anni. Ci sono un mulino elettrico e tre frantoi. Un classico paese del mezzogiorno, con i suoi braccianti spesso disoccupati… un paese dalle case piccole e grigie, nel quale ben poco è offerto ai suoi abitanti… L’argomento del giorno sono spesso le tasse, i debiti con l’ammasso, la possibilità di emigrare… e lo sforzo per uscire da una condizione grave di arretratezza. Ora viaggiano anche le donne, molto più di prima, e le giovani somigliano quasi a quelle delle città per la cura con la quale si vestono alla domenica per il passeggio. Ebbene, in questo paese il gioco del calcio ha assolto per il passato un ruolo del tutto particolare, e io voglio tentare di caratterizzare brevemente cosa ha significato per Ururi la sua squadra di calcio… . Non voglio dire che la partita di calcio fosse l’unica cosa in comune che ci poteva essere tra Ururi e Milano, tra Ururi e Roma, Ururi e Torino: ma in un certo senso sì, la partita di calcio, la squadra, il centromediano dominatore del campo…, la fama della squadra di Ururi, che col passare degli anni si allarga alla regione, la rivalità con Larino, Termoli, i giornali del lunedì con la cronaca, forse per chi si sentiva chiuso in un paese la cui vita non apriva spiragli, né facili evasioni, la partita di calcio era un qualcosa di eguale tra Ururi e le grandi città… . La squadra di Ururi ha significato attraverso vent’anni di vita che c’era un mondo moderno, così diverso da quello vecchio e passato… . Su quel campo, nel caldo dell’estate, in tutte le ore, al vento della primavera i ragazzi hanno giocato con una palla… riserve e titolari. Era l’unico sfogo di essere giovani e vivi… . Persino i vecchi, che un tempo non si curavano del calcio, ora li udite parlare della partita… portano sotto l’ampio mantello una bottiglia di vino… . Il vecchio campo è stato abbandonato… il campo nuovo è… spianato, ha le porte con la rete, è recintato. Si paga regolarmente il biglietto. A guardarlo si direbbe proprio il principio di una cosa moderna… e la gente lo guarda con simpatia perché in paese vi sono ancora troppe cose vecchie… . Il grido Alè alè Ururi! Che la domenica centinaia e centinaia di persone fanno volare sugli ulivi che sono nelle campagne attorno al campo, forse non è solo un incitamento per la squadra del cuore. È un grido che a Ururi esprime qualcosa di più.
I giovani ritornati nel diciotto in paese dopo la Grande Guerra (non tutti) avevano altro da pensare che giocare a calcio, perché veniva prima da sfamarsi e da sfamare la famiglia. Nonno Alfonso (1897) quando mi vedeva tornare a casa stanco e sudato, mi diceva sempre che lui alla mia età giocava con i suoi compagni di shen Xhuan’jelit (San Giovannello – quartiere del centro storico) ka trolli Kishs Madhe (nella piana della Chiesa Grande), che il pallone era fatto di cenci attorcigliati legati a spago, che i pali delle porte erano rappresentati da carretti o bidoni o spigoli di case e che tutti correvano scriteriatamente senza tante regole e con molti strilli. Il gruppo “te drelartit” (della parte alta del paese) si chiamava “Circolo Giovanile” ed era guidato da Vittorio Sabetta; mentre i ragazzi “te dreposhtit” (della parte bassa del paese) facevano capo a Ottavio Priore e si chiamavano “Forza e Coraggio”.
|
|
|
|
Alè alè Ururi!Non è solo un incitamento per la squadra del cuore… è un grido che a Ururi esprime qualcosa di più.
|
|
Ruri! Ruri! Non è solo un incitamento per la squadra del cuore… è un grido che rivendica la propria dignità. |
Questi ultimi erano soliti giocare verso shenda Vendra (santa Venere), in uno spiazzo imprecisato del tratturo che conduce verso a Serracapriola. Poi la domenica alla presenza di numerosi e agguerriti giovani tifosi le due compagini se la vedevano “ufficialmente” in un campetto accidentato, senza righe né porte regolari, situato verso kriqja Ndon furrnarit (la croce di Antonio il fornaio - nei pressi del crocevia che da Ururi mena a Larino e S. Martino dove oggi sorge la Madonnina), spiazzo usato d’estate al deposito dei covoni di grano destinati alla “trebbiatura” che in principio si svolgeva con un sasso (tufi) legato con la fune a un cavallo messo continuamnente al galoppo in senso circolare, al fine di sgranare le spighe sparse a terra (alabò). Le partite di solito si svolgevano senza limiti di tempo e finivano o al raggiungimento dei gol prefissati o per “stanchezza” dell’avversario o al sopraggiungere dell’oscurità o per lo scoppio di liti. Il numero dei giocatori per squadra era deciso in base alle presenze del momento: memorabile l’interminabile sfida “uno contro uno!” tra Ottavio Priore ed Ermanno Grimani vinta alla fine dal più tenace Priore. Questo slargo vicino all’odierna Madonnina è stato dunque il primo accenno di campo sportivo in paese e questi i primi rudimentali calci dati a una palla in presenza di un “pubblico”. Non sapevano allora quei ragazzini quanta storia sportiva sarebbe succeduta ai loro primi tiri e quale stimolo sociale avrebbe conferito alla comunità la partita di pallone.
Gli ururesi furono subito e particolarmente attratti dal calcio, senza un’apparente ragione. A mio giudizio non considerarono questo gioco soltanto come puro momento di diletto, piuttosto come un mezzo per ottenere dalle popolazioni latine circostanti il riconoscimento di appartenenza al territorio a pari dignità di ogni altro paese latino. Era da lungo tempo che gli albanesi attendevano inconsapevolmente la giusta occasione e questa forse era la volta buona: ora potevano approfittare di questo nuovo gioco che coinvolgeva tutta la popolazione regionale per confrontarsi non più nel perenne clima di contrapposizione, ma dentro regole comuni e condivise. Sì, gli arbereshe bramavano mostrare il proprio valore, aspiravano prevalere con i soli propri meriti per liberarsi di quella diceria latina che li accusava di saper agire solo nella prepotenza e che li poneva in una perenne condizione d’emarginazione. Sebbene formalmente negassero tutto ciò, sentivano nei nascondigli più remoti della propria coscienza che vi era una buona parte di verità in quelle parole, e questa “inferiorità” sociale che pesava loro come un macigno, essi volevano mettere in discussione.
|
|
|
|
|