Al fine di comprovare l’eterno e difficile rapporto sociale instauratosi dalla prima ora tra gli albanesi insediatisi in Molise e le popolazioni latine indigene, si riporta qui un articolo pubblicato sul quotidiano Il Tempo del Molise concernente la finale contro l’Isernia che fotografa in maniera esemplare il tipo di relazioni esistenti. Il pezzo giornalistico, scritto “appena” cinque secoli dopo l’arrivo degli arbereshe (1466-1966), a mio parere contiene due verità storiche: la colpevole insofferenza degli albanesi alle regole di buona convivenza e l’altrettanto colpevole comportamento esclusivamente sprezzante dei latini. I due classici ingredienti che, miscelati, alimentano gli scontri etnici.
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Ancor prima di entrare nella cronaca sportiva, il giornalista (latino) premette che il risultato non ha alcun valore (!), che la condotta dell’arbitro è pessima e che il fanatismo del pubblico di Ururi é indice di malcostume e di spirito antisportivo. Poi evidenzia l’atto aggressivo di un “energumeno” ururese e il prodursi di una rissa in tribuna causata dagli albanesi stessi. Infine racconta che un banale motivo (imprecisato) dava il pretesto ai tifosi dell’Ururi di mettere in piedi un’altra rissa.
Questa poi la sua cronaca della partita: - il vantaggio degli isernini avviene in seguito ad una brillante azione conclusa con un tiro magistrale con tanto di assegnato funerale ai giocatori dell’Ururi e rispettivi sostenitori, mentre il pareggio degli albanesi è solo un pareggio; - un gol inesistente convalidato dall’arbitro provoca il risentimento dei giocatori e tifosi isernini; - il portiere dell’Isernia, non avendo fatto cambiare idea all’uomo in nero con le buone maniere (!), lo demolisce a suon di calci e pugni.
Bene, approfondiamo questo bel saggio di letteratura sociologica.
Per sgomberare subito ogni dubbio su un mio eventuale giudizio di parte, pur non essendo stato presente alla partita, concedo come reali tutte le malefatte assegnate ai tifosi ururesi che condanno rigorosamente e che riconosco essere frutto di un’indole rissosa. Altresì voglio benevolmente considerare l’evidente disparità di trattamento giornalistico come un puro limite professionale dell’autore, determinato probabilmente da semplice “tifo” (pessimo arbitraggio, esaltazione del gol isernino, dichiarazione di resa dell’Ururi dopo lo svantaggio, giustificazione della sconfitta per l’imperfetto terreno di gioco, gol inesistente convalidato all’Aurora, silenzio assoluto sulle altre due reti ururesi).
Considero invece significativi alcuni passaggi ed omissioni che a mio parere discendono, consapevolmente o meno, da puro sentimento razzistico. In primis non si comprende perché in questa gara il risultato non debba avere alcun valore, quando invece tutti i risultati sportivi sono frutto d’impegno, capacità, fortuna, forza e carattere; e i ragazzi arbereshe in campo pare abbiano vinto lealmente e senza porre atti violenti, come risulta dalla stessa cronaca. Ma soprattutto non si capisce come mai le escandescenze degli ururesi sorgano da fanatismo, malcostume e spirito antisportivo (ben tre aggettivi dispregiativi), mentre il colpire un uomo (l’arbitro) con calci e pugni in modo così violento da doverlo trasportare agli spogliatoi in preda ad uno stato di crisi, si liquidi senza nessun commento critico negativo. Anzi, l’atto violento si vuole quasi giustificare con il mancato ravvedimento bonario dell’arbitro in merito al gol convalidato! Pazzesco! Eppure, mentre le intemperanze dei tifosi ururesi riflettono le solite, generiche, incresciose contrapposizioni da stadio, i calci e i pugni sono veri e propri atti delinquenziali! Il giornalista (latino) in virtù del suo potere mediatico diffonde con palese livore i deprecabili ma comuni episodi da stadio soltanto perché commessi da gente che non disdegna definire albanesi, ma nulla osserva sulla più grave aggressione all’arbitro commessa dal portiere isernino (latino). Possono sembrare, queste, sfumature di poco conto o polemiche gratuite, invece sono gravi atti discriminatori che, nonostante i 500 anni passati, rispecchiano ancora un fondo di ostilità latina e che frenano il completo processo d’integrazione sociale. Se il nostro giornalista, invece di accentuare le intemperanze degli albanesi, le avesse presentate come brutti episodi da stadio e se avesse condannato l’aggressione del portiere isernino all’arbitro almeno con la stessa acredine usata nei confronti dei tifosi ururesi, i lettori avrebbero inteso e smaltito l’articolo solo come una comune contrapposizione sportiva e non come una latente dichiarazione di razzismo!
La morale della favola comune a tutti gli scontri etnici è una, la solita: gli ospitati spesso agiscono al di fuori delle regole comuni in parte per inclinazioni culturali proprie e in parte per necessità non altrimenti esaudibili, mentre gli ospitanti il più delle volte tendono istintivamente a riversare soltanto disprezzo, anziché comprensione e solidarietà. Un eterno micidiale meccanismo mentale che peraltro oggi sta dilagando in tutta Europa a danno dei nuovi immigrati.
1966/67. L’Aurora partecipò al campionato di II Categoria costituito perlopiù da compagini beneventane. La squadra ben figurò, ma patì le lunghe trasferte con viaggi in corriera anche di tre ore (Campobasso si raggiungeva per la statale che attraversa Casacalenda per poi proseguire verso Benevento superando i centri di Sassinoro, Morcone etc; la Bifernina e la superstrada per Benevento non ancora erano state realizzate).
Presidente: Giorgio Grimani. Allenatore: Luigi Ciarfeo.
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| Trofeo Carraro: Aurora Ururi – Serracapriola (2-0). In fondo si vede il vecchio spogliatoio posto nel lato sud-est del campo. |
Da sx: Giovanni Salvatore - Antonio Campofredano - Teodoro Mancini - Emilio Occhionero - Giovanni Frate - Giovanni D’Arienzo - Gino Iannacci - Mario Ferazzano - Nicola Iaizzi - Michele Scorrano - Gino Monachetti - Antonio Di Pietrantonio
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1967/68. L’Aurora vinse il campionato di II Categoria, battendo per uno a zero l’Olympia Agnonese nello storico spareggio svoltosi allo stadio Romagnoli di Campobasso.
Presidente: Luigi Plescia. Allenatore: Luigi Ciarfeo.

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Campobasso, 16/6/1968. Festeggiamenti dopo la vittoria.
Da sx: Gino Monachetti - Michele Granitto - Giovanni Frate - Nicola Chimisso - Costantino Occhionero - Antonio Iannacci (seminascosto) - Michele Scorrano - Gino Plescia - Antonio Grimani (seminascosto) - Giacomo Zarelli - Giacinto Occhionero - Giovanni Salvatore - Gino Ciarfeo - Tammaro Ferrara (seminascosto) - Michele Pellegrino - Antonio Campofredano - Gino Di Santo
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1968/69. In I Categoria all’epoca partecipavano quasi esclusivamente società campane. L’Aurora, pur nelle difficoltà ambientali (territori difficili da domare) e strutturali sopravvenute in seno al sodalizio (il presidente Luigi Plescia si dimise per contrapposizioni interne), iniziò il campionato con discreti risultati, superando bene le difficoltà imposte dal maggior tasso tecnico e atletico. Poi però tutto precipitò in modo disastroso. Dopo un altalenante andamento generale di risultati, l’Aurora batté in casa nientemeno che la capolista Mondragonese (poi vincitrice del torneo), e raggiunse una tranquilla posizione di centroclassifica. Sennonché, su pretestuoso ricorso dei campani motivato dalla presenza di erbacce nel terreno di gioco, la gara si dovette ripetere. E già questo appariva un evidente sopruso, giacché era giunta notizia che in un paio di analoghe circostanze la Mondragonese avesse ottenuto punti con reclami e carte bollate; in più era noto come il comitato regionale campano non disdegnasse bastonare le società molisane che rappresentavano un “fastidio” per le squadre campane non abituate alle lunghe trasferte. La ripetizione della gara stava terminando uno a zero per l’Ururi (risultato che regalava all’Aurora la matematica salvezza e scalzava i campani dal vertice della classifica per opera del Ponte), quando a pochissimi minuti dal termine l’arbitro Bonocore di Castellamare di Stabia concede un inesistente calcio di punizione dal limite dell’area di rigore ururese trasformato dai campani. Da quel momento il clima divenne incandescente e il caos regnò sovrano in campo. Tanto che, al momento stesso del fischio finale, l’arbitro fuggì verso lo spogliatoio, consapevole del pasticcio combinato e della prevedibile reazione giallo-rossa. Infatti, d’istinto, gran parte dei giocatori locali lo inseguirono, lo raggiunsero e ci scappò pure qualche “buffetto”. Al contempo, sugli spalti, una tiepida rissa tra tifosi avversi veniva domata alla maniera arbereshe. Ovviamente le sanzioni disciplinari non mancarono e non furono lievi: partita persa (nonostante la gara fosse terminata regolarmente sull’uno a uno e solo dopo il fischio finale fosse scoppiata la rissa!), campo squalificato per lungo tempo, dirigenti e metà squadra squalificati, multe e risarcimenti vari. Io stesso fui squalificato a vita senza aver commesso peraltro gravi atti, pena poi ridotta d’ufficio a tre anni in seguito all’amnistia intervenuta l’anno successivo per meriti sportivi (la squadra Nazionale raggiunse nel campionato del mondo 1970 in Messico la finale contro il Brasile). La stangata fu così pesante che l’Aurora retrocesse.
Presidente: Luigi Plescia, Teodorino Campofredano. Allenatore: Luigi Ciarfeo.

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In piedi da sx: Giovanni Frate – Michele Scorrano – Peppino Flocco – Adamo Mancini – Silvestro Di Cicco – Vittorio Salvatore – Giovanni Salvatore – Michele Pellegrino – Vittorio Campofredano – Teodorino Campofredano.Accosciati da sx: Luigi Ciarfeo – Gino Monachetti – Gero Occhionero – Antonio Campofredano – Nicola Chimisso – Giacomo Zarelli.
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69/70. Tornati in II Categoria con le macerie addosso dell’anno precedente, venne a mancare lo spirito giusto e con esso la materia prima: atleti, dirigenti, quattrini. Diversi calciatori, compreso il sottoscritto, furono costretti a giocare sotto falso nome (frequente all’epoca). E con una siffatta precaria situazione non si potevano certo raggiungere traguardi ambiziosi, nonostante la partecipazione in campionato di molte squadre molisane. Di questo campionato ho recuperato da alcuni appunti impolverati quattro risultati: Agnone-Ururi 0-1 (22/11/69); Ururi-Larino 1-1 (7/12/69); Trivento-Ururi 8-2 (3/1/70); Ururi-Portocannone 4-1 (10/1/70).
In questo stesso anno però l’Aurora si qualificò per le fasi finali di Coppa Italia e andò a giocarsi uno spareggio eliminatorio in campo neutro a Morcone contro una squadra casertana. Era esattamente il giorno della finale mondiale Italia-Brasile (1-4). Poiché si stava perdendo tre a zero (con la sconfitta scattava l’eliminazione), la squadra nel secondo tempo abbandonò la gara per giungere in tempo a Ururi a vedere la gran partita in televisione. Per la gioia dei viaggiatori la corriera giunse appena in tempo in paese, sennonché poco prima dell’inizio della gara venne a mancare improvvisamente la corrente elettrica, frequente all’epoca, (il detto popolare tradotto in italiano era questo: non appena fa la pipì un uccellino, va via la luce) e di colpo si creò uno scompiglio generale per le strade, nemmeno fosse scoppiata la rivoluzione. Poi per fortuna la luce tornò proprio al fischio d’inizio e tutti vedemmo perdere gli azzurri assiepati al cinema Aurora.
Presidente: Teodorino Campofredano: Allenatore: Vincenzo Mascioli.
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