Lascio il racconto del calcio paesano in un momento particolarmente fecondo per il sodalizio giallorosso: dopo tanti anni d’oscurità, direi che gli ururesi se lo meritino cotanto splendore. Come s’è visto, però, il percorso storico dell’Aurora non presenta un andamento costante di partecipazione attiva e di successi, né credo potesse essere diversamente. Alla stregua di ogni altra associazione sportiva, l’Aurora ha conosciuto periodi di fulgore e altri di decadenza: fisiologici alti e bassi dovuti ai diversi livelli d’interesse che gli appassionati hanno mostrato nel corso degli anni. Con l’aggiunta peraltro delle limitazioni poste da un’altra particolare manifestazione popolare che assorbe una parte considerevole dell’attenzione paesana: la Corsa dei Carri. Eppure la storia calcistica di questa comunità presenta delle specificità che la contraddistingue nettamente dalle altre storie, peculiarità che riflettono nel bene e nel male l’inconfondibile identità della gente arbereshe. Il modo caratteristico di porsi, l’ostinazione nel raggiungere l’obiettivo a tutti i costi, l’estrema ruvidità talora o l’estrema solidarietà talaltra nei rapporti esterni, il far parlare sempre di sé, la risolutezza nell’affrontare le sfide con i soli calciatori locali e ogni altra dinamica sociale tipica del paese sono senza dubbio conseguenza di uno stato psicologico da immigrati mai sopito del tutto, nonostante gli oltre cinque secoli di permanenza in Italia.
In questa sede, al riguardo, non si vogliono tributare lodi o assegnare colpe gratuite, la storia dell’U.S. Aurora Ururi credo sia stata descritta abbastanza compiutamente, ognuno può coglierne l’essenza secondo la propria sensibilità.
Penso, però, che questa differente comunità possa andare fiera di una grandiosa opera d’arte: tutta la sua storia calcistica è stata scritta quasi esclusivamente da sangue arbereshe, dall’ultimo dei tifosi al più bravo dei calciatori. Comprare il successo è facile per chi possiede ricchezze, crearlo a mani nude è motivo d’orgoglio.