La storiella

Su, diciamolo! Ururi non ha chissà quale superstoria: non è antico, non ha castelli, non ha stornelli, non ha eroi, non ha dipinti, non ha preghiere, non ha splendori
Dal primo vagito ai terribili arbresce
Cari miei, la giostra delle meraviglie prende il via nel secolo decimo quando sembra sia sorto in località detta Aurole
Arrivano i nostri
Proprio in quegli anni dall’altra parte dell’Adriatico stavano partendo per Ururi certi brutti ceffi che… meglio non parlarne: gli arbereshe!
La Storia
1933 - Il monumento dedicato ai caduti

Proprio in quegli anni dall’altra parte dell’Adriatico stavano partendo per Ururi certi brutti ceffi che… meglio non parlarne: gli arbereshe! Biglietto in prima classe di sola andata. Mamma li turchi! Ed ora signori latini tenetevi stretti, ché d’ora in poi non servono più ordinanze, reclami e carte bollate per difendere il paese dalle vostre malefatte! ché gli arbereshe le cose le sanno aggiustare a proprio modo! ché agli arbereshe bastano due schioppettate in fronte per prendersi la ragione!

Già, ma che cavolo era venuta a fare qui simile gentaglia?

Tuffiamoci per un istante nelle vicende d’occupazione dei balcani del XV secolo da parte degli ottomani. Che poi chissà perché c’è sempre qualcuno che deve andare a mettere le mani in casa altrui, mai una volta che l’homo sapiens facesse i fatti suoi. Gli ottomani, poi, con tutte quelle mani… . Ora si fa tal quale, ma le aggressioni vengono dipinte come esportazione di democrazia, che fa più scic. Domani sarà uguale, magari ci infileranno un termine ancor più elegante e sempre a fin di bene… s’insanguina il mondo. Mah!

A dire il vero tutto sto’ pasticciò lo combinò un cocciuto nobile albanese di nome Giorgio, di cognome Castriota e di soprannome Skanderbeg il quale non ebbe altro da pensare che resistere al poderoso esercito turco in via d’espansione. È vero che lo faceva per tenere indipendente la sua terra, ma il troppo è troppo! Come poteva, egli, tenere testa a una superpotenza che possedeva pure le armi intelligenti?

Eppure quel diabolico dello Skanderbeg, un po’ per abilità e coraggio proprio e del suo popolo, un po’ per l’aiuto a turno delle potenze cristiane d’Italia quali il Regno di Napoli, il Papato e la Repubblica di Venezia con cui si era alleato, riuscì con quattro gatti a tenere in scacco i turchi dal 1444 al 1468, anno in cui, non volendolo, s’involò a nuova vita. Per la verità in quel periodo si era prodigato anche a ricambiare i favori, mandando nel 1460 un suo contingente militare in soccorso della corona aragonese che in Italia se la stava vedendo brutta con i D’Angiò di Francia per chi dovesse accaparrarsi il territorio italiano. E sempre a fin di bene… s’insanguina il mondo.

Fatto sta che tra un’infilzata data e una batosta ricevuta, nel maggio del 1466 gli albanesi cedettero all’urto possente del Sultano Maometto II, ormai stufo di non poter vedere allargato il suo harem. E così, una volta straripati i turchi nella Terra delle Aquile, gli arbereshe a mucchi dovettero imbarcarsi in fretta e furia su ogni recipiente in grado di galleggiare, mirando dritti dritti verso la sponda italiana. Peraltro la crociera fu coperta dai Veneziani che stazionavano con la loro superflotta al largo delle acque adiacenti a vedere come andava a finire la partita e senza muovere un dito. Una lettera del papa Paolo II al duca di Borgogna descrive in modo toccante l’arrivo degli albanesi in Italia: “Le città che finora avevano resistito al furore dei turchi sono ormai tutte cadute in loro potere. Tutti i popoli che abitano lungo le coste dell’Adriatico tremano all’aspetto di questo imminente pericolo.

Non vedesi ovunque che spavento, dolore, captività e morte.

Non si può senza versare lacrime contemplare queste navi che, partite dalla riva albanese, si riparano nei porti d’Italia e queste famiglie ignude, meschine che, cacciate dalle loro abitazioni, stanno sedute sulla riva del mare, stendendo le mani al cielo e facendo risonare l’aria di lamenti in ignorate favelle…”.

Mi piacerebbe che questa immagine si stampasse nella mente di ogni italo arbereshe: questo fu l’inizio della nostra avventura in Italia, accasciati su una riva sconosciuta con le braccia in cielo a smuovere l’aria di lamenti. Il solo pensiero che uno di quei disperati possa avere avuto una goccia del mio sangue, mi fa venire i brividi.

Complimenti al papa, meglio non poteva dipingere la scena.

Due anni dopo, nel 1468, Skanderbeg lasciava i mortali per colpa della malaria e l’Albania veniva facilmente e definitivamente occupata.

E ripresero le migrazioni in Italia per alcuni decenni.

I vacanzieri furono fatti accomodare nell’Italia centro meridionale, dove governava il re di Napoli Don Fernando d’Aragona il cui papà aveva fatto più di una briscola assieme al suo amico Skanderbeg. D’altra parte il Castriota qualche anno prima lo aveva tolto dai pasticci… come non essere riconoscente.

Il nostro ceppo finì in Molise perché l’amico Don Fernando, d’amore e d’accordo col papa, chiese al vescovo di Larino Antonio de Misseriis di tenerci qui a bada. Già, ma dove poteva essere alloggiata codesta accozzaglia di tipacci? In qualche albergo a cinque stelle con piscina riscaldata? In qualche agriturismo dai sapori antichi? Certo che no! Fu sballottata un po’ di qua e un po’ di là, meglio se isolata per non dar noie ai residenti che usavano andar a letto presto.

Così il vescovo ci appioppò, tra gli altri, il casale “Aurelii” che agli occhi dei nuovi abitatori dovette apparire davvero sontuoso: quintali di macerie indigeste circondate da incolti e boscaglia. Insomma il buon Tonino de Misseriis, senza nulla togliere alla sua buona azione, con una sola fava prese due piccioni, ripopolò il distrutto casale e mise a coltura i campi limitrofi per la gioia del cassiere vescovile che ora andava leccandosi ben bene i baffi. D’altra parte cosa si poteva pretendere di più, gli arbereshe erano stranieri luridi, ignoranti e affamati… dovevano arrangiarsi, ché nessuno ti da niente per niente.

E così, allineate le tegole sulle teste, i nuovi profughi abbandonarono le amate spade e sfoderarono le zappe… di giorno, ché di notte ogni tanto le rispolveravano per prendersi con la forza quel che loro serviva, ogni tanto; un po’ per difetto di fabbrica, un po’ per isolamento e un po’ per necessità… ma più per difetto. Qui non serve imbrogliare le carte, bisogna dirlo che il difetto c’era ed era grosso (“… non tralasciavano d’inquietare i popoli, predare, e commettere delle scelleraggini”). E perciò le discussioni con i latini, specie con quelli di Larino, fiorivano a dirotto. Che poi sono grossomodo le stesse discussioni che si accendono oggi tra i latini e gli immigrati di oggi ai quali non si vuole neppure concedere la preghiera nelle moschee. E non certo per cattiveria, ci mancherebbe altro! È che gli stranieri non possono stravolgere l’identità culturale del popolo che li ospita! Che ne so… così dicono.

D’altra parte è lo stesso Skanderbeg a spiegare in una lettera inviata a un suo caro nemico, il Principe di Taranto Giovanni Antonio, di qual pasta fossero i guerrieri albanesi: “… né io trovai alcuno che avesse possuto mirare il mio volto, ho ben mirato quanto sieno ben armate le spalle de’ tuoi soldati; ma non ho possuto mai mirar l’elmi di quelli, nemmeno la faccia, eccetto di quei solo ch’ho preso carcerati…”.

Dagli oggi e dagli domani che i larinesi, “renduti insoffribili per le insolenze che commettevano gli albanesi”, un bel giorno fecero ricorso alla Regia Camera per la loro espulsione da Ururi e guidati dal barone Pappacoda, il cui cognome è tutto dire, chiesero furibondi di castigare una volta per sempre i terribili arbereshe. Dunque le autorità diedero il ferreo ordine di scacciare gli albanesi e dar fuoco ai loro casali posti in territorio di Larino. In un primo tempo, grazie all’intercessione del potente vescovo di Larino e amico del viceré, lo spagnolo monsignor Mudarra che poverino temeva di perdere le cospicue rendite provenienti dal casale e contabilizzate chicco su chicco (Grano carri quindici e mezzo, Orzo carri tre, fave tomola trentadue, cicerchie tomola tre e mezzo, lino decine sedici e mezza,vino salme sedici, paglia salme centoventicinque. Focaggi per scudi venticinque a ragione di un tarì a fuoco... Per porcelli ducati dieci), Ururi fu salvato e con la Capitolazione del 1540 fu ad esso concesso il diritto al pascolo e attività connesse. Ma siccome la città di Larino era al colmo della disperazione e con gli albanesi voleva proprio farla finita, offrì essa stessa di pagare al vescovo le tasse che cadevano in capo agli ururesi. E perciò la Regia Camera con sentenza del novembre 1549 confermata nel febbraio 1550, previo ascolto sulla quantificazione della rendita di un sacco di testimoni tra cui un mio omonimo concittadino, Giovanni di Antonio Frate, che oggi solennemente disconosco, ordinò che la città di Larino pagasse al vescovo le stesse rendite di cui alla Capitolazione del 1540 e che “si discacciassero da Casali di S. Elena, e Colle Lauro, e che non più si ricevessero, né si facessero nuovi Casali nel tenimento di essa città e che perciò non solo furono discacciati da Ururi, ma anche dato fuoco al medesimo Casale, cosicché si rendè il medesimo nuovamente disabitato…”.

Alla faccia!

La faccenda dunque finì bellissima: i larinesi si liberarono degli odiosi arbereshe, il vescovo-barone continuò a beccarsi la rendita, i regnanti si tolsero la patata bollente dalle mani e i simpatici ururesi se ne andarono raminghi a far serenate sotto il bel cielo stellato… tutti felici e contenti.Cosavuoi di più dalla vita. E com’è bravo e preciso il vescovo Tria a raccontare i fatti con dovizia di particolari amministrativi e fiscali! Nelle sue storiche memorie i ducati, le cicerchie e le fave fanno il fumo, peccato che nulla dica sulla disperazione di una comunità sbattuta brutalmente da un giorno all’altro fuori di casa, su eventuali resistenze, sul sangue corso, sulla loro successiva dimora, sulle loro condizioni, sulla sorte di quella giovane albanese che quel mattino stava partorendo in via dei ciclamini numero trentatrè e dovette farlo su un carro in fuga. Nell’occasione, più che uno storico, il vescovo e barone Tria appare un occhialuto ragioniere attento a far quadrare i conti.

L’opera di disinfestazione pare sia stata poi minuziosamente eseguita l’anno successivo da tale capitano Fabio Ciminelli. Tanto… un ciminiello vale l’altro.

Dopo qualche anno, “benché restasse disabitato il Feudo di Ururi”, il contratto d’affitto con la comunità di Larino di colpo saltò... perbacco! Chissà perché. Vuoi vedere che quei furbetti dei larinesi una volta fatta piazza pulita degli arbereshe non pagarono più il canone al vescovo? No, non ci credo, la parola è parola. E invece… il povero “Bellisario Balduino, Vescovo in quel tempo di Larino, nell’anno 1561 a’ 12 Decembre lo diede titolo locationis in emphiteusim... al Magnifico Capitano Teodoro Crescia Albanese… per annuo censo di docati trecento da pagarsi per esso Teodoro… nel mese d’Agosto di qualsivoglia anno… come dall’Istromento stipolato per mano di Giulio Scupo Notaro e Cittadino della Corte di Roma”. In pratica il vescovo, presa la buca dai larinesi, pensò bene di privatizzare il servizio affibbiandolo al Crescia per 300 ducati, che era meglio di un assegno scoperto. E gira e rigira è sempre la stessa sonata, è sempre di tasse e di soldi che il Tria parla, come se la passarono in quegli undici anni (1550 - 1561) i nostri eroi non è dato sapere.

Una volta che il feudo venne in mano al nostro Teodoro, “gl’Albanesi che si ritrovavano dispersi in varie parti, dal Regio Collaterale, ottennero licenza di tornare a riabbitarlo”. Al contempo una commissione ordinò che i “Sindici carcerati fussero scarcerati” e voilà! Come d’incanto tutto tornò come prima! Sicché nella numerazione del 1595 “Ururi restò liquidato per fuochi quarantacinque”. Meraviglioso! Tutto quel putiferio scatenato per niente! Case bruciate, gente arrestata, famiglie sbattute al vento… per niente!

In seguito, “A cagione delle rivoluzioni state in regno nel 1647 che in questa diocesi e contorni portarono del gran sconvolgimento, restò nuovamente questo Casale disabitato. Fuggendo e ricoverandosi in varie parti li suoi Abitatori, e que’ pochi che vi erano rimasti nel 1654 lo lasciarono in abbandono, come negli atti del Sinodo celebrato da Monsignor Persio Caracci l’anno 1655…” . Il Tria qui racconta un fatto e un’opinione: il fatto è che tra il 1647 e il 1654 gli ururesi di nuovo abbandonarono il paese, l’opinione è che ciò sia avvenuto per via dei moti del 1647 comandati da quel simpaticone di Masaniello. Suvvia! Con tutta la buona volontà. Come si fa a credere che un paesino insignificante come Ururi potesse essere un tanto importante covo di eversivi da far scappare tutti gli abitanti una volta scoperti? Non ci credo nemmeno se lo vedo. E se lo sconvolgimento si verificò “in questa diocesi e contorni”, perché non fuggirono anche i sammartinesi o i larinesi? E perché il Tria a conferma della sua versione non ha svelato un qualche particolare episodio, ma ha parlato in modo del tutto evasivo? In fin dei conti si trattava di vicende accadute alcune decine d’anni prima della sua permanenza a Larino e dunque ancora vive nella memoria degli anziani del suo tempo. Appare evidente l’intenzione del vescovo di nascondere la vera causa delle nuove purghe, né si può dire che non le conoscesse, altrimenti lo avrebbe dichiarato e non avrebbe inventato la storia delle ribellioni politiche. Quale dunque la causa? Il riaccendersi dei litigi con i latini? Il coinvolgimento diretto della chiesa? Magari i forti scontri tra gli albanesi di rito greco e la locale chiesa latina che all’epoca provava in tutti i modi a soffocare i primi con la forza del potere? E chi lo può dire. Sta di fatto che ancora una volta tutti dormono a casa propria con i termosifoni accesi, tranne i terribili arbereshe che di nuovo fischiettano spensierati sotto un romantico cielo.

“In appresso col ritorno de’ medesimi e altri fu nuovamente abitato come al presente si abita con mescolanza di pochi de’ nostri per matrimoni contratti,… di maniera che formano un Casale con competente numero di fuochi”. Menomale che gli albanesi hanno fibra grezza e testa dura e furono capaci a rioccupare il paese. Tanto che nella numerazione del 1669 Ururi vecchio contava fuochi settantanove e Ururi nuovo fuochi quarantasei.

Intanto, a causa di certi impicci amministrativi messi in mezzo dal Regio Fisco, saltò anche l’enfiteusi concordata tra la chiesa di Larino e l’amico Teodoro Crescia; così il vescovo dovette mestamente riprendere il possesso e la gestione dello sfortunato casale.

Siccome in quegli anni la chiesa prese a dire che di qua e di là… e che gli albanesi per il loro bene dovevano assolutamente sottomettersi al rito latino, benché quei faccia tosta si ostinassero a professare noncuranti il rito greco e non poche volte arrivassero pure alle vie di fatto, i rapporti si complicarono assai. Certo che gli arbereshe dovevano essere davvero tipi curiosi: pretendere di professare le loro credenze religiose a proprio piacimento! Spudorati! Mai vista prima simile gentaglia che sa fare solo di testa sua! E così il vescovo di Larino monsignor Catalani, un pezzo di pane, in occasione del Sinodo provinciale tenutosi a Benevento nel 1696, tanto disse e tanto bene dipinse la “confusione e i disordini” che regnavano nelle parrocchie albanesi, che i bravi membri del sinodo, pezzi di pane anch’essi, dovettero ordinare dispiaciuti la soppressione del rito greco! Un sacco dispiaciuti. D’altra parte quei testardi degli albanesi se l’erano proprio cercata: te lo dicono una volta, te lo dicono due… poi basta! ché la pazienza un limite ha, per la miseria.

Ma quale confusione e disordine! Se, caro Catalani, vuoi la pace e l’ordine, tu fatti… le chiese tue che io mi faccio le mie! Verrebbe voglia di gridare.

Fu così che il rito greco ortodosso fu abolito… per legge, come si abolisce l’equo canone. A poco valsero le proteste degli arbereshe, i quali da un giorno all’altro non poterono più mettersi la “corona” in testa in occasione dei loro matrimoni.Alla faccia della sempre sbavata libertà religiosa.

E pensare che a quei tempi “quelli di Nazione Albanese mantengono ancora lo stesso costume, come se ora fussero qui venuti dalle loro Patrie, e con esso lo spirito altiero, e bellicoso coll’uso del parlare Albanese, quale è un Greco corrotto, e pieno di volgari idiotismi…”. Dunque, ancora a metà settecento tutti gli usi, i costumi e le tradizioni albanesi restavano straordinariamente intatte, tranne gli aspetti religiosi che, guarda caso, sono quelli che più caratterizzano un popolo. Aspetti cancellati per decreto. Buffo assai.


1933. Il monumento dedicato ai caduti della I Guerra Mondiale: cerimonia commemorativa in periodo fascista. Si notano due colonne di sostegno del cancello d’ingresso e la recinzione in rete metallica che oggi mancano. Le piantine di pino da poco interrate formano l’odierna villa comunale. Fino agli anni sessanta sul tronco di ogni pino (ormai adulto) era fissata una targa in metallo col nome di un soldato ururese caduto in battaglia.

Nel corso degli anni successivi, pur nel suo caparbio isolamento, Ururi cavalcò grossomodo la scia della storia d’Italia e la vita del paese arrancò nella felicità ristretta della miseria economica e culturale, tra colpi di vanga e ruggiti chiarificatori.

Alla fine del settecento, quando in Italia calarono i francesi ad esportare le loro idee liberali, Ururi contava circa 2.000 anime, schierate perlopiù col vecchio regime borbonico. E in quel clima di scontri e di vacante autorità gli ururesi perpetrarono più di una scorreria nei paesi vicini: feroce fu l’assalto di Casacalenda del 1799 che causò morti e ruberie. E lo fecero più per il solito difetto di fabbrica che per sentiti motivi politici. Nel 1818 poi i fucili strimpellarono superbi alla Porta per sterminare la banda dei Vardarelli, i famosi briganti che il governo borbonico non era riuscito a debellare nemmeno col suo intero esercito. Un avvenimento che fece molto rumore all’epoca. Neppure i successivi moti risorgimentali di metà ottocento toccarono i rudi cuori albanesi che presero l’avvento dell’unità d’Italia come si prende un atto dal notaio a cose fatte. E poi che cavolo c’entravamo noi albanesi con la storia d’Italia, che avevamo ancora in testa i guai della storia nostra! Grazie alle proprie fatiche e industrie, a fine ottocento Ururi andava avanti con una popolazione aumentata a circa 3.600 abitanti.

Nella prima metà del novecento gli arbereshe, sebbene conservassero ancora la loro indomabile identità, cominciarono a inserirsi sempre più strettamente nell’ambiente sociale di appartenenza e parteciparono alle due guerre senza spiccate posizioni politiche, distribuendo le loro magre simpatie ora ai liberali, ora alle nuove ideologie socialiste e fasciste alla stregua di tutti i latini. Ma alla fumosa politica prediligevano pur sempre le cose che kan hje (hanno ombra), fatta eccezione per alcuni pochi idealisti come l’anarchico Nicola Palmiotti che pare fosse stato coinvolto persino nella nota e triste vicenda di Sacco e Vanzetti negli Stati Uniti d’America da dove dovette fuggire per evitare le dure ritorsioni governative, e il comunista Pietro Tanassi che per le sue idee politiche e la sua sensibilità verso i più bisognosi venne più volte incarcerato dal regime fascista.

 


1959. L’anarchico Nicola Palmiotti (1895-1969) “disturbato” dal fotografo davanti casa.

Conclusa l’ultima guerra e la baraonda mussoliniana, grazie alla scolarizzazione diffusa, ai nuovi mezzi di comunicazione e di trasporto, alle nuove tecnologie, alla ricostruzione post terremoto (1962), a qualche quintale di grano in più in tasca e alla nuova libertà, gli albanesi si aprirono con successo al mondo e come d’incanto Ururi cambiò volto.

Grazie a un’indole laboriosa e parsimoniosa, gli arbereshe dalla fine degli anni sessanta acquisirono una tal prosperità, da superare in ricchezza persino le comunità latine circostanti, meno attente al bilancio familiare. E con questa condizione di maggiore sicurezza economica, mai assaggiata prima, proruppe in paese un’inaspettata sensibilità sociale: i giovani ururesi parteciparono con fervore al rinnovamento culturale e politico di quegli anni (il cosiddetto sessantotto) peraltro non privi di tensioni e violenze. Particolarmente accesi furono i “confronti” tra la parte socialdemocratica capeggiata da Masino Palmiotti e la parte comunista corroborata dai movimenti giovanili di estrema sinistra.

Ora, col nuovo millennio e la più recente modernità, gli arbereshe si sono quasi del tutto amalgamati nel tessuto sociale della terra che li ebbe ad ospitare ed a cui comunque dovranno essere sempre grati. E le sfide perenni col derk letì (porco latino) si sono tramutate in accumulo di ricchezze o posizioni di privilegio o sensibilità intellettuali o competizioni sportive o detenzione di potere. Tranne la lingua, l’attaccamento alle cose che hanno ombra, un eccessivo individualismo ed una caparbia fierezza velata d’ottusità, niente più rimane dei terribili guerrieri arbereshe che nel maggio 1466 si disperavano sulle coste italiane. E mi soffoca l’idea che tra qualche decennio sparirà sia la lingua, sia l’ultima eredità spirituale rimasta miracolosamente congelata per oltre cinque secoli in terra d’Italia. È come assistere al crollo dei ruderi di una civiltà estinta, è come vedere impotenti l’incendio dell’ultima biblioteca narrante un mondo perduto, è come sentirsi seccare l’ultimo lembo di radice etnica.

Sorridendo, i figli dei nostri figli domani sapranno solo dire: “Discendiamo dai terribili arbereshe”!

Ma non sentiranno palpitare il cuore...Forse.

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